giovedì 19 settembre 2013

TEMPO.

L'altro giorno parlavo di te al Boss e lui mi ha detto: "Sai, è il concetto di tempo che ci frega. Il tempo è relativo. Ciò che per te è un minuto, per me potrebbe essere un istante, o un anno. Dipende da come lo prendono le persone. C'è chi s'isterizza correndo dietro alla vita e chi invece ha deciso di prendersi una pausa che dura da quarant'anni".
Come sempre non ho riposto al Boss, visto che non ama interferenze nei suoi fantasiosi monologhi.
Però quando me l'ha detto ho pensato all'immagine di Einstein e moglie seduti in mezzo agli indiani Hopi. Subito mi è venuto in mente lui col suo enorme copricapo di piume. Sosteneva che gli Hopi avessero il miglior sistema culturale per comprendere la teoria della relatività, per capire come spazio e tempo sono strettamente correlati tra loro. Il linguaggio Hopi non conosce termini quali passato e futuro. E non li conosce perché nemmeno li concepisce: il tempo, per gli Hopi, non esiste. Il loro sistema culturale gli impedisce di vedere il continuo fluire del tempo così come lo vediamo noi. Non sanno nemmeno cos'è. Per loro ci sono solo eventi che possono essere di due tipi: manifesti o in-divenire. Questo per loro è il tempo: la distinzione tra tanti, tantissimi eventi che si caratterizzano per essere manifesti, e quindi conosciuti ed oggettivi, ed altri eventi in-divenire quindi reali ma allo stesso tempo labili ed incerti, variabili e non oggettivi.
Poi, con la mente, son tornato a pensare a te. Tu che sei manifesto ma comunque dipendente dalla variabilità. Come ti avrebbero classificato gli Hopi? Perché devono esistere così tante variabili? Ma soprattutto, come posso tenere queste stronze variabili lontane da te? Purtroppo non sono ancora riuscito a darmi una risposta.