venerdì 25 novembre 2011

IL DOLORE DI UN PADRE.

Non ce la faccio più ad andare avanti così.
Ho detto a Marco che non poteva più stare in casa con noi.
Lui, non sapendo dove andare, ha scelto di vivere in garage.
Ora non ho più nemmeno un posto dove tenere la mia bici da corsa. Mi ci sono voluti due anni di straordinari per comprare e riparare quella bici. E adesso la devo lasciare in strada.
Io non so dove posso aver sbagliato, ho sempre dato a Marco tutto quello che potevo, ho lavorato tutta la vita per lui, ho cercato di essere il padre amico con cui puoi confidarti e non ha funzionato. Ho provato ad essere un padre autorevole ma non ha funzionato.
Forse non ho nessuna colpa, forse semplicemente doveva andare così, forse devo espiare qualche torto grave ed un Dio vendicativo si è scagliato contro di me in questo modo.
Questa notte ho pensato di morire. Alle cinque del mattino si sono iniziate a sentire urla e rumori di cose che venivano fracassate, distrutte. Si è svegliato tutto il palazzo. Da ogni porta del condominio in cui viviamo è uscita gente in pigiama e vestaglia per vedere cosa stava succedendo. Gente che vedo tutti i giorni, con cui parlo tutti i giorni, alcuni amici, altri meno ma diavolo, sono le prime persone che vedo al mattino e con cui scambio un "Buongiorno" e le ultime che vedo rientrando alla sera e con cui scambio un "Buonasera".
Vestiti dai nostri pigiami siamo scesi verso i garage. Il mio garage era aperto e con la luce accesa.
Marco era lì dentro e stava scagliando la poltrona a dondolo di sua nonna, ovvero mia madre, contro la parete del garage. Era fuori di sè, completamente pazzo. Aveva la giacca strappata, senza una manica, del vomito sui pantaloni e il maglione, gli occhi spalancati ed inniettati di sangue.
Vi giuro, in quell'animale satanico, per la prima volta in tutta la mia vita, non ho riconosciuto il volto di mio figlio. L'ho cercato in ogni tratto del volto ma no, non poteva essere lui, quelli non erano più i suoi occhi e quello non era il suo volto.
Luisa, mia moglie, si è subito messa a piangere ed è scappata via correndo lungo la strada. I vicini del piano di sopra, che fanno parte della schiera degli amici, l'hanno fermato e hanno cercato di calmarlo, facendolo sedere, ed io invece ero impietrito.
Sono rimasto lì, in piedi con il mio pigiama addosso e grosse lacrime che mi sgorgavano dagli occhi.
Ero sommerso dalla vergogna. Ho portato le mani al volto e mi sono lasciato sfuggire qualche grosso singhiozzo e poi ho cercato di chiedere a mio figlio cosa diavolo stesse facendo.
Lui era impazzito e gridava. Solo urla, non ha detto nemmeno una parola, solo "Aaaaah! Aaaaah! Aaaaah!" con i pungi stretti. Dopo ha iniziato a dare pungi alla parete di cemento rompendosi una mano.
I vicini del piano di sopra hanno chiamato l'ambulanza, hanno aspettato l'ambulanza insieme a me e hanno guardato, insieme a me, mio figlio che veniva portato via.
Mi hanno detto quanto fossero spiacenti, io ormai piangevo come un bambino, sentivo rabbia, dolore, e un indescrivibile senso di vergogna che mi rendeva piccolo ed impotente. Gli ho detto come mi sentivo, che mi vergognavo e mi dispiaceva per quello che era successo, e loro sono stati gentilissimi, mi hanno consolato e mi hanno detto che non c'era nessun problema.
Luisa, la donna che ancora amo, non fa altro che piangere, e io mi sento impotente e mi vergogno a mettere piede fuori di casa. Io e mia moglie siamo in pensione da ormai dieci anni, siamo vecchi, stanchi, non avremmo mai immaginato di spendere i nostri ultimi anni di vita in questa maniera. Immaginavamo una casa in campagna e tanta tranquillità dopo una vita di lavoro e di sacrifici. Magari avere anche dei nipotini da andare a trovare o da portare a scuola, o a calcio o a danza, o dovunque volessero andare. Invece Marco, in questi ultimi anni ci sta rovinando la vita. Come è potuto finire così in basso quel ragazzino sveglio, intelligente e scaltro che portavo con orgoglio allo stadio a vedere la partita? Quel ragazzino che mi rendeva fiero il giorno della consegna delle pagelle con voti eccellenti rispetto ai compagni?
Ora ha quarant'anni, è alcolizzato e drogato. L'ultima volta volta che sono andato al bar, cioè sei mesi fa, ho sentito alle mie spalle Piero e Alberto che dicevano bisbigliando: "eh, suo figlio non sta molto bene, mi hanno detto che è un eroinomane e, dopo avere dilapidato il conto dei suoi ha iniziato a fare furti nelle gioiellerie, nei negozi e così via". Come si fa ad essere così stupidi da cadere nell'eroina? Come si fa? Come diavolo ha fatto mio figlio, il sangue del mio sangue, colui che porterà avanti il mio cognome a ridursi così? Perché è dovuto capitare proprio a me?
Comunque all'inizio dicevo, non ce la faccio più, penso che alla prossima che mi combina mi verrà un colpo al cuore e ci rimarrò secco.

giovedì 24 novembre 2011

MILLE LAME, TI DICO CHE C'ERANO MILLE LAME SUL SOFFITTO, E STAVANO CADENDO SULLE NOSTRE TESTE.

Il bong era stato riempito oltremodo di quella merda non illegale chiamata Salvia Divinorum. Era uno di quei periodi in cui volevo provare droghe nuove e scimmiottare rituali religiosi degli indios d'America (chiamiamoli così? Massì, chiamiamoli così).
Ero seduto ad una tavola rotonda, con quattro persone: una aveva già provato e sosteneva "questa merda non fa un cazzo", un'altra aveva già provato e ora stava stesa al suolo con le gambe sollevate, il terzo ero io ed il quarto era sbiancato nel vedere le mutandine della seconda, che grazie alle gambe sollevate erano ampiamente in mostra. Erano azzurre, un azzurro puffo.

Accendino. Fuoco al braciere.
Aspiro, aspiro, aspiro tutto quello che posso.
Sapore acre in bocca, nei polmoni, e anche un po' nel cervello.
Prima di espirare il fumo alzo la testa verso il soffitto, guardo il lampadario, guardo il bianco dell'intonaco scrostato e quelle macchie di muffa agli angoli. Rimango un attimo in contemplazione del soffito e poi espiro.
La grigia nuvola di fumo si alza fino al soffitto, non fa in tempo ad arrivare sino al lampadario che quella nuvola si trasforma in mille lame di coltelli grossi, coltelli da macellaio o da cuoco, argentei e scintillanti, che stanno cadendo dal soffitto con la punta rivolta verso le nostre teste.
In meno di una frazione di secondo, prima che tutte quelle lame si conficchino nel mio amato testolino, faccio un balzo felino e mi nascondo sotto il tavolo. Sto lì rannicchiato per qualche secondo e poi esco dal mio nascondiglio.

"Cazzo, ragazzi, non le avete viste?"
"Sei un coglione, perchè sei scappato sotto il tavolo? Sembrava anche che piangessi, mugolavi, facevi versi strani.."
"Non le avete viste?"
"Cosa, perdio, cosa avremmo dovuto vedere?"
"Mille lame, mille lame pendevano sulle nostre teste".

Il quarto: "Dai, ora tocca a me."

lunedì 14 novembre 2011

C'EST LA VIE.

Ci sono cose nella vita che si possono sistemare,

           per tutto il resto invece c'è il Chianti.

giovedì 10 novembre 2011

GIANNI E L'INSONNIA.

Sono anni che Gianni non dorme più d'un paio d'ore a nottata.
Prendere sonno prima delle due del mattino gli appare impossibile, così sta seduto sulla sua vecchia poltrona, da solo, mentre guarda le televendite notturne.
Ogni volta che vede le pubblicità di quegli apparecchi per fare esercizio fisico si ripromette di riniziare ad andare a correre per curare di più la sua salute, anche se alla fine non lo fa mai.
Ogni volta che vede le televendite di gioielli ripensa a sua madre, e al fatto che non si staccava mai dalla televisione quando le vedeva.
Poi ripensa a Maria, al loro primo ed unico mese di fidanzamento, all'anello con diamante che le aveva regalato, alla folle cifra spesa per niente, al fatto che 'sarebbe dovuto essere per sempre' ma Maria se n'era andata dopo qualche settimana.
All'inizio riflettè sul fatto che a Maria quell'anello era piaciuto tantissimo e, da quando glielo aveva donato, non se l'era mai più tolto dal dito medio della mano destra, neanche dopo la loro rottura. In un certo senso quell'anello, che era impregnato del sudore di Gianni, viveva insieme a Maria, e quindi anche una piccola parte di Gianni continuava a vivere con lei.
Poi però si accese una sigaretta e si chiese come fosse possibile che un dannatissimo pezzo di metallo costasse più dell'intero arredamento del suo soggiorno. E si rese conto che Maria si stava facendo la sua bella vita, col suo bell'anello, senza nemmeno conservare il ricordo della sua brutta faccia.

Nelle sue notti insonni Gianni a volte siede sulla sua poltrona ad ascoltare dischi. Va matto per il blues. Altre notti si siede davanti alla sua macchina per scrivere e butta giù tutto quello che gli passa per la testa, e quando ha finito straccia tutti i fogli da lui riempiti di tristi parole e lamenti. I suoi lamenti, che nessuno potrà mai vedere.
Altre notti prende la macchina e guida per tutta la notte. A volte fa tutta la tangenziale del suo grande paese, altre volte invece arriva sino al mare.
Quando arriva al mare e osserva quella distesa infinita d'acqua aprirsi sotto i suoi occhi, sente che alla fine nulla è cambiato, che i suoi problemi e le sue riflessioni sono le stesse che si è portato dietro da casa e che lui è lo stesso uomo afflitto che era anche prima del viaggio verso il mare. Niente è variato all'interno della sua testa, ma un po' la fatica per aver guidato tutta la notte, un po' quel dolce sciaquettio delle onde che sembra volerlo consolare, quell'ipnotico rumore che va e che viene all'infinito e che sembra suonare una ninna nanna solo per lui, beh, un po' di tutto questo ed il nostro povero Gianni si addormenta sulla sabbia, rannicchiato in posizione fetale.
Si sveglia alla mattina, quando un venditore ambulante con la radio accessa passa vicino a lui per vedere se riesce a sfilargli il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, ma Gianni, che ha vissuto la strada, blocca il polso del ladro ancor prima che le dita di questo si fossero infilate nella tasca. I loro occhi si incrociano, e non c'è bisogno di dire nulla: entrambi leggono rispettivamente negli occhi dell'altro la fame, la rabbia, la frustrazione. Il ladro se ne va scocciato mentre la radiolina che tiene sottobraccio si sintonizza su un famoso spot radiofonico che, con una catarrosa voce da vecchio, esordisce a gran voce: "Gianni, l'ottimismo è il profumo della vita".
Gianni riesce solamente a chiedersi: ma dove sono finito, e che cosa ci faccio qui?

martedì 8 novembre 2011

TAPPI.

Avrei potuto spiegartelo con un discorso, anche se so che poi mi sarei agitato ed avrei iniziato ad urlare.
Avrei potuto scrivertelo, e sarei stato veramente bravo, credimi, ti avrei fatto assaporare ogni sfumatura di quel pensiero.
Avrei potuto disegnartelo, e probabilmente sarebbe diventato un graffito nel sottopassaggio della stazione.
Avrei potuto fotografartelo, dico davvero, ma ho rotto la macchina fotografica ricordi? E' caduta con l'obiettivo aperto nella sabbia.
Avrei potuto farti un grafico con Excel per spiegartelo. Oppure una presentazione con Power Point.

Avrei potuto esprimertelo in mille modi diversi, credimi, ma quando ho visto quegli enormi tappi che ti sei messo nelle orecchie per non ascoltarmi, ho pensato che fosse meglio stare zitto e rinchiudere quel pensiero dentro di me.

venerdì 4 novembre 2011

GUARDA E SCRIVI.

Per la prima ed ultima volta (te lo prometto OrsaBipolare), copio l'idea di una rubrica che mi ha alquanto incuriosito.
La rubrica, ideata da OrsaBipolare, si chiama "Guarda e Scrivi", quindi quello che dovete fare voi appare abbastanza logico e scontato direi, no? Dovete guardare l'immagine qui sotto e scrivere la prima cosa che vi viene in mente.

(P.S. Se qualcuno fosse interessato al proprio referto psicopatologico che risulterà dalla mia analisi ai vostri commenti, mi mandi una mail e un bonifico di soli cento euro).


giovedì 3 novembre 2011

ODORE.

L'odore,
è l'unica cosa che mi fa capire
che il tuo passaggio non è stata un'allucinazione,
un semplice sogno o una mera visione.

L'odore è tutto ciò che mi rimane di te,
rimane incastrato tra le coperte,
tra le magliette e le felpe,
tutta la casa sembra assorbirlo.

Ogni cosa che è entrata in contatto con te
emana il tuo odore,
sa della tua presenza,
anche quando non ci sei.

E nei momenti in cui non ci sei
io stringo vicino al naso una tua maglia ed inspiro forte
mi rotolo dalla parte di letto in cui tu hai dormito,
che è ancora calda e che sa di te.