lunedì 4 novembre 2013
La bellezza di gironzolare per la tua città, di cui conosci ogni vicolo, ogni bar ed ogni negozio. Miliardi di case che hai frequentato e chissà adesso chi le frequenterà. Le stesse facce che anche se sono sconosciute le hai già viste talmente tante volte che alla fine sono famigliari lo stesso.
Un barbone scrive sul suo cartoncino che ha appena perso lavoro e ha una famiglia da sfamare. E tu sai che non è così. Sai che la gentile signora che sta passando di lì avrà pena di lui e magari gli darà pure dei soldi, e sai chi è lui: non ha alcuna famiglia ma solo dei numerosi demoni da sfamare. D'altra parte anche tu, quando eri giovane, non eri per caso la persona che andava ad impietosire tenere vecchiette alla stazione centrale dicendogli che non avevi i soldi per il biglietto di ritorno? E poi, l'hai mai comprato il biglietto di ritorno?
Una mulatta passa alla fermata e chiede l'elemosina a tutti quelli che aspettano il bus. Mi stupisce la sua audacia: ti guarda dritto negli occhi mentre te li chiede, e non tiene lo sguardo basso come fanno di solito i suoi colleghi. Chiede ad una signora ben vestita il denaro e la signora la ignora, lo chiede ad un ragazzino che avrà dieci anni meno di me e questo le risponde che non ha denaro, lo chiedo ad un maturo quanto nevrotico signore (sembrava che si stesse divorando le proprie dita, e non le unghie) che nemmeno le ricambia lo sguardo e poi arriva a fissare i miei occhi, ci scava dentro per un secondo e decide di non sprecare fiato a chiedere a me dei soldi e passa avanti, a chiederli a qualcun'altro. Il suo non ritenermi all'altezza di darle una piccola elemosina, un po' mi irrita ed un po' mi intristisce.
Sempre alla fermata del bus posso osservare un'astuta mamma, anch'essa di colore, con due piccoli pargoli appresso. I due bimbi fanno un chiasso micidiale per il mio mal di testa e anche per quello della madre che per rimproverarli inizia a gridare ancora più forte di loro. Esaurita perché le sue grida non vengono minimamente prese in considerazione da quei due piccoli diavoli, si alza in piedi, va verso l'albero più vicino e ne stacca un rametto non molto lungo, ma grosso. Elimina tutte le foglie verdi dal rametto ed appena ha finito di sfogliarlo inizia a scudisciare i propri figli con il suo frustino fai da te. Ed io penso: geniale, davvero geniale.
domenica 3 novembre 2013
Un sorriso gentile, comprensivo ed una pacca sulla spalla.
Poi la frase: "Ehy, oggi proprio non ci sei con la testa eh?".
Il mio sguardo torvo si è rigirato su di te incontrando il tuo faccione giocondo e la mia bocca, senza che il cervello si prendesse la briga di filtrare il pensiero, ti ha risposto: "ma che cazzo dici?"
"No, niente, scusa, è che ti stai fumando una delle mie sigarette, ma non preoccuparti, è lo stesso."
"Cosa?"
"Sì, vedi, quella lì è una marlboro (ed intanto il tuo indice saccente segnava la scritta "marlboro" poco sopra il filtro della sigaretta che stavo fumando); le tue sigarette e le mie erano entrambe sul tavolo e tu ne hai presa una dal mio pacchetto".
Uno sguardo furtivo per vedere che non ci fosse nessuno in giro e le mie mani hanno velocemente raggiunto la tua gola. E mentre spingevo e spingevo facendoti entrare i pollici nella carotide gridavo: "ma hai un idea di quante ore ho dormito stanotte? No che non ce l'hai, bastardo. Non mi interessa di chi sia la sigaretta, è una questione che non ha importanza, questo dovresti capirlo pure tu, o no?", ma tu non mi volevi ascoltare.
Ad un tratto le mie dita hanno sentito frantumarsi qualcosa là dentro alla tua gola, ed allora ho allargato le mani e ti ho abbandonato lì, appoggiato a quel muro sporco. Sembravi perfino bello ora che non parlavi più.
giovedì 19 settembre 2013
TEMPO.
L'altro giorno parlavo di te al Boss e lui mi ha detto: "Sai, è il concetto di tempo che ci frega. Il tempo è relativo. Ciò che per te è un minuto, per me potrebbe essere un istante, o un anno. Dipende da come lo prendono le persone. C'è chi s'isterizza correndo dietro alla vita e chi invece ha deciso di prendersi una pausa che dura da quarant'anni".
Come sempre non ho riposto al Boss, visto che non ama interferenze nei suoi fantasiosi monologhi.
Però quando me l'ha detto ho pensato all'immagine di Einstein e moglie seduti in mezzo agli indiani Hopi. Subito mi è venuto in mente lui col suo enorme copricapo di piume. Sosteneva che gli Hopi avessero il miglior sistema culturale per comprendere la teoria della relatività, per capire come spazio e tempo sono strettamente correlati tra loro. Il linguaggio Hopi non conosce termini quali passato e futuro. E non li conosce perché nemmeno li concepisce: il tempo, per gli Hopi, non esiste. Il loro sistema culturale gli impedisce di vedere il continuo fluire del tempo così come lo vediamo noi. Non sanno nemmeno cos'è. Per loro ci sono solo eventi che possono essere di due tipi: manifesti o in-divenire. Questo per loro è il tempo: la distinzione tra tanti, tantissimi eventi che si caratterizzano per essere manifesti, e quindi conosciuti ed oggettivi, ed altri eventi in-divenire quindi reali ma allo stesso tempo labili ed incerti, variabili e non oggettivi.
Poi, con la mente, son tornato a pensare a te. Tu che sei manifesto ma comunque dipendente dalla variabilità. Come ti avrebbero classificato gli Hopi? Perché devono esistere così tante variabili? Ma soprattutto, come posso tenere queste stronze variabili lontane da te? Purtroppo non sono ancora riuscito a darmi una risposta.
Come sempre non ho riposto al Boss, visto che non ama interferenze nei suoi fantasiosi monologhi.
Però quando me l'ha detto ho pensato all'immagine di Einstein e moglie seduti in mezzo agli indiani Hopi. Subito mi è venuto in mente lui col suo enorme copricapo di piume. Sosteneva che gli Hopi avessero il miglior sistema culturale per comprendere la teoria della relatività, per capire come spazio e tempo sono strettamente correlati tra loro. Il linguaggio Hopi non conosce termini quali passato e futuro. E non li conosce perché nemmeno li concepisce: il tempo, per gli Hopi, non esiste. Il loro sistema culturale gli impedisce di vedere il continuo fluire del tempo così come lo vediamo noi. Non sanno nemmeno cos'è. Per loro ci sono solo eventi che possono essere di due tipi: manifesti o in-divenire. Questo per loro è il tempo: la distinzione tra tanti, tantissimi eventi che si caratterizzano per essere manifesti, e quindi conosciuti ed oggettivi, ed altri eventi in-divenire quindi reali ma allo stesso tempo labili ed incerti, variabili e non oggettivi.
Poi, con la mente, son tornato a pensare a te. Tu che sei manifesto ma comunque dipendente dalla variabilità. Come ti avrebbero classificato gli Hopi? Perché devono esistere così tante variabili? Ma soprattutto, come posso tenere queste stronze variabili lontane da te? Purtroppo non sono ancora riuscito a darmi una risposta.
martedì 18 giugno 2013
MIELE.
Mi disse: "Dai, non credevo che tu fossi uno di quelli?"
Risposi: "Infatti non lo sono, io non sono un generico stereotipo".
Poi sorrisi, dischiusi per il suo bel visino la mia bocca fino a mostrarle i miei denti storti che non vedevano un dentista dai lontani anni 80.
Il mio sorriso celava voglia di uccidere, ma lei riuscì ad addolcirmi con il miele che sgorgava dalle fossette che si disegnavano sulle sue guance ogni volta che sorrideva.
Poi mi raccontò di quanto fosse difficile per lei sostenere gli esami di glottologia e semiotica, dicendomi che non si sentiva portata per la linguistica.
La parola linguistica rimbalzò nella mia testa per alcuni minuti, senza trovare nessuna immagine che le corrispondesse.
Io le raccontai quanto fosse difficile per me lavare le mie mutande, i miei calzini, e tutte le altre cose. Le raccontai la noia del lavare i piatti, il tremendo disgusto del pulire il cesso ed il suo scopettino. Addirittura le dissi di quella volta in cui trovai all'interno del contenitore del suddetto scopettino strane forme di vita, e di come non riuscii a spiegarmi che tipo di creature fossero.
Lei sorrise di nuovo, spargendo miele ovunque. Mi disse che lei quelle cose non le aveva mai fatte, a casa sua le faceva sua mamma. Poi si accoccolò sul mio divano e sorrise di nuovo. Le sue fossette si ingrandirono fino a diventate vere e proprie fontane di miele che imbrattavano il mio, tanto amato quanto sacro, giaciglio.
Per alcuni minuti non parlammo ed il suo imbarazzo fu evidente.
Cominciò a sorridere così forte che vomitò miele ovunque ed io, in preda al panico, le dovetti ordinare di andarsene. Si avviò verso la porta continuando a rimettere. Mi sporcò tutto il corridoio ed il tappetino davanti all'ingresso.
Quella notte mi ritrovai solo, a carponi sul pavimento con uno straccio in mano, a cercar di eliminare il vischioso nettare degli dèi. Una parte di me pensò: "Caspita, che maleducazione però 'sta ragazza, almeno poteva pulire lei". L'altra metà rimuginò: "Caspita, quanto sono bravo a pulire. Pian piano, con molta calma e un po' di sacrifico son riuscito a tirar via tutto il viscidume giallastro. Forse è questo il mio destino. Forse è questo ciò per cui sono nato. Pulire. Pulire via lo schifo che gli altri spargono sui miei poveri e miseri averi".
venerdì 24 maggio 2013
AFORISMI & PSICOANALISI.
"La psicoanalisi è una pseudo-scienza inventata da un ebreo per convincere i protestanti a comportarsi come i cattolici."
Ennio Flaiano.
Ennio Flaiano.
mercoledì 10 aprile 2013
DIANA ROSSE
C'è questo mediocre cantante italiano che in questo periodo continua a ripetermi che devo stare molto calmo. E lo sento sempre: in auto, al supermercato, al bar, ovunque ci sia una frequenza radio con attaccate delle casse. Lo ripete continuamente, come fosse un mantra, come se ci credesse davvero. Ma in realtà non ci crede nemmeno lui, secondo me. Nei giorni passati mi è stato ripetuto talmente tante volte che devo stare calmo che ho iniziato davvero a credere che sì, diavolo, sarebbe meglio stare tutti quanti un po' più calmi.
Ti hanno rubato il portafoglio? Stai calmo.
La morosa non ti ha preparato la cena? Devi stare calmo.
Non ti hanno rinnovato il contratto? Devi stare molto calmo.
Allora mi sono armato per raggiungere la calma, perché in realtà io sono una persona che perde molto spesso la pazienza, e sono andato in tabaccheria.
Diana rosse e smoking oro, per favore.
Da circa una settimana ho applicato la logica dello 'stare calmo' alla mia vita.
Ora quando una persona spara una cazzata non me la prendo più, ci rido sopra con uno sguardo assente. Quando vedo un'agenzia interinale sbadiglio al posto di bestemmiare ogni divinità. Se torno a casa dopo lavoro e non c'è un cazzo da mangiare non inveisco contro la morosa. Le do un bacetto e me ne vado a letto a dormire alle sette di sera, senza arrabbiarmi inutilmente, ma con i morsi della fame nello stomaco.
In conclusione, la mia vita non è che sia proprio migliorata, ma almeno maggie thatcher è morta.
Ti hanno rubato il portafoglio? Stai calmo.
La morosa non ti ha preparato la cena? Devi stare calmo.
Non ti hanno rinnovato il contratto? Devi stare molto calmo.
Allora mi sono armato per raggiungere la calma, perché in realtà io sono una persona che perde molto spesso la pazienza, e sono andato in tabaccheria.
Diana rosse e smoking oro, per favore.
Da circa una settimana ho applicato la logica dello 'stare calmo' alla mia vita.
Ora quando una persona spara una cazzata non me la prendo più, ci rido sopra con uno sguardo assente. Quando vedo un'agenzia interinale sbadiglio al posto di bestemmiare ogni divinità. Se torno a casa dopo lavoro e non c'è un cazzo da mangiare non inveisco contro la morosa. Le do un bacetto e me ne vado a letto a dormire alle sette di sera, senza arrabbiarmi inutilmente, ma con i morsi della fame nello stomaco.
In conclusione, la mia vita non è che sia proprio migliorata, ma almeno maggie thatcher è morta.
domenica 7 aprile 2013
SORRISI AMARI.
La faccia convinta di chi sta dicendo una grossa cazzata, a cui tutti credono.
E tu che per pura coincidenza, oppure per sbaglio, sai che ciò che Lui racconta non è mai avvenuto.
Il sorriso amaro che successivamente passerà tra te e Lui è qualcosa che non ha prezzo.
venerdì 22 marzo 2013
DISINFETTANTE.
Apro un occhio, poi l'altro.
E sono sveglio. Cosciente.
Un odore nauseabondo di disinfettante mi sta bruciando le narici, è un odore che imparerò presto a riconoscere. Con la violenza di uno schiaffo in faccia la mia mente riconosce che questa non è la mia stanza e che cristo, questo non è il mio letto.
Questo è un dannatissimo letto d'ospedale, e solo quando cerco di muovermi sopra di esso mi accorgo di avere polsi e caviglie legati al letto da grosse cinture bianche.
Urlo forte, terrorizzato.
Alle mie orecchie sembra un urlo disumano: un grido agghiacciante che di certo non è uscito dalla mia bocca ma da quella di qualche strano animale. Ed invece è proprio la mia bocca a star lì spalancata e a produrre quei versi.
All'improvviso qualcosa di fronte a me inizia a muoversi.
Realizzo in fretta che c'è un altro letto identico al mio nella stanza, e da quel letto spunta una cosa: una stranissima creatura che potrebbe sembrare umana ma chiaramente non lo è. Non si riesce nemmeno a capire se sia di genere femminile o maschile. La testa rasata è tenuta assieme da grossi, enormi punti metallici. Il volto sembra una grande palla da football con annessi alcuni gadget umani: orecchie, naso, bocca, e due occhi pieni di sofferenza.
Quegli occhi mi fissano intensamente appena il mio grido si dissolve in silenzio.
Mi scrutanto a lungo, sembrano volermi studiare.
Poi il tempo cambia velocità.
Un attimo prima io e questa specie di alieno eravamo sospesi in un momento di osservazione che pareva infinito, sembrava che il tempo si fosse fermato lì con noi e ci guardasse dall'esterno.
L'attimo dopo una porta si spalanca, la creatura torna a scivolare dentro il suo ammasso di lenzuola veloce ed impaurita come un piccolo animale che si accorge di essere braccato da un grosso predatore. Io inseguo ogni suo movimento e non mi rendo nemmeno conto dell'ingresso di questo giovane ma grosso infermiere che nel tempo di un mezzo secondo ha già estratto dalla sua tasca una siringa che contine un liquido color giallo fluo. Ed io non ho neanche il tempo di dire qualcosa, quasi non faccio in tempo a rimanere sbalordito dall'entrata di 'sto tipo e dalla sua velocità che lui mi sta già battendo la vena e facendo l'iniezione.
Sento il calore del liquido nella vena. Un calore che sa di coccole e che velocemente pervade tutto il mio corpo. Poi il tempo smette di correre ed io ritorno nel mio mondo, dove non ci sono creature aliene e dove non ho polsi e caviglie legati, ma dove una grande distesa di prato verde si apre davanti ai miei occhi.
E sono sveglio. Cosciente.
Un odore nauseabondo di disinfettante mi sta bruciando le narici, è un odore che imparerò presto a riconoscere. Con la violenza di uno schiaffo in faccia la mia mente riconosce che questa non è la mia stanza e che cristo, questo non è il mio letto.
Questo è un dannatissimo letto d'ospedale, e solo quando cerco di muovermi sopra di esso mi accorgo di avere polsi e caviglie legati al letto da grosse cinture bianche.
Urlo forte, terrorizzato.
Alle mie orecchie sembra un urlo disumano: un grido agghiacciante che di certo non è uscito dalla mia bocca ma da quella di qualche strano animale. Ed invece è proprio la mia bocca a star lì spalancata e a produrre quei versi.
All'improvviso qualcosa di fronte a me inizia a muoversi.
Realizzo in fretta che c'è un altro letto identico al mio nella stanza, e da quel letto spunta una cosa: una stranissima creatura che potrebbe sembrare umana ma chiaramente non lo è. Non si riesce nemmeno a capire se sia di genere femminile o maschile. La testa rasata è tenuta assieme da grossi, enormi punti metallici. Il volto sembra una grande palla da football con annessi alcuni gadget umani: orecchie, naso, bocca, e due occhi pieni di sofferenza.
Quegli occhi mi fissano intensamente appena il mio grido si dissolve in silenzio.
Mi scrutanto a lungo, sembrano volermi studiare.
Poi il tempo cambia velocità.
Un attimo prima io e questa specie di alieno eravamo sospesi in un momento di osservazione che pareva infinito, sembrava che il tempo si fosse fermato lì con noi e ci guardasse dall'esterno.
L'attimo dopo una porta si spalanca, la creatura torna a scivolare dentro il suo ammasso di lenzuola veloce ed impaurita come un piccolo animale che si accorge di essere braccato da un grosso predatore. Io inseguo ogni suo movimento e non mi rendo nemmeno conto dell'ingresso di questo giovane ma grosso infermiere che nel tempo di un mezzo secondo ha già estratto dalla sua tasca una siringa che contine un liquido color giallo fluo. Ed io non ho neanche il tempo di dire qualcosa, quasi non faccio in tempo a rimanere sbalordito dall'entrata di 'sto tipo e dalla sua velocità che lui mi sta già battendo la vena e facendo l'iniezione.
Sento il calore del liquido nella vena. Un calore che sa di coccole e che velocemente pervade tutto il mio corpo. Poi il tempo smette di correre ed io ritorno nel mio mondo, dove non ci sono creature aliene e dove non ho polsi e caviglie legati, ma dove una grande distesa di prato verde si apre davanti ai miei occhi.
venerdì 1 febbraio 2013
IL GIUDICE.
Ma quanto cazzo siamo bravi a giudicare, eh?
E a giudicare tutto, qualsiasi evento, persona, fenomeno: ogni cosa, quasi a random.
Diamo sentenze definitive senza nemmeno conoscere i fatti: figuriamoci altri anteffatti ed annessi. Ci immoliamo per idee che nemmeno abbiamo compreso, saliamo sul gradino più alto, sul podio dell'arroganza, per dare lezioni di vita e dire a tutti cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Non ha importanza il fatto che giusto e sbagliato siano concetti relativi al contesto in cui vengono collocati: noi ce ne sbattiamo le palle dei contesti e del relativismo, perché noi, dall'alto delle nostre grandi, sensazionali ed esaltanti esperienze personali sappiamo cosa è male e cosa è bene, e non solo lo sappiamo per noi stessi, ma per tutti quanti.
Se solo riuscissimo a vedere al di là della nostra piccola esistenza, delle nostre banalissime esperienze e del nostro pompatissimo ego, quanto sia impossibile giudicare fatti e persone: quanto è assurdamente insensato arrivare a conclusioni senza conoscere gli eventi che hanno portato ad una determinata circostanza, e quanto sia demenziale sparare sentenze su ciò che non si conosce.
Ma noi siamo fatti così: ci sentiamo in diritto di dire ciò che vogliamo e ci crediamo in dovere di dirlo per il bene del prossimo. Il bene del prossimo, fermati e pensaci su un momento: non sai nemmeno cosa sia il bene per te stesso, come puoi saperlo per gli altri? E se qualcuno chiede spiegazioni, ci domanda come facciamo ad essere così sicuri di quel che diciamo o se ne siamo proprio certi, noi iniziamo a sbrodolare giustificazioni: un mare di "IO lo so, IO l'ho visto, IO l'ho saputo da mio cugino, IO ti dico che è così, IO è una vita che lavoro in quest'ambito ed insomma, fidati di me, perché IO lo so, le ho già viste queste cose". Ma tu, egregio signor IO, ti sei mai soffermato a guardare te stesso e a giudicare la tua condotta? E come ti proclami, innocente o colpevole? Ah si, avrei dovuto immaginarlo, una persona integerrima come te non poteva di certo essere un colpevole.
E a giudicare tutto, qualsiasi evento, persona, fenomeno: ogni cosa, quasi a random.
Diamo sentenze definitive senza nemmeno conoscere i fatti: figuriamoci altri anteffatti ed annessi. Ci immoliamo per idee che nemmeno abbiamo compreso, saliamo sul gradino più alto, sul podio dell'arroganza, per dare lezioni di vita e dire a tutti cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Non ha importanza il fatto che giusto e sbagliato siano concetti relativi al contesto in cui vengono collocati: noi ce ne sbattiamo le palle dei contesti e del relativismo, perché noi, dall'alto delle nostre grandi, sensazionali ed esaltanti esperienze personali sappiamo cosa è male e cosa è bene, e non solo lo sappiamo per noi stessi, ma per tutti quanti.
Se solo riuscissimo a vedere al di là della nostra piccola esistenza, delle nostre banalissime esperienze e del nostro pompatissimo ego, quanto sia impossibile giudicare fatti e persone: quanto è assurdamente insensato arrivare a conclusioni senza conoscere gli eventi che hanno portato ad una determinata circostanza, e quanto sia demenziale sparare sentenze su ciò che non si conosce.
Ma noi siamo fatti così: ci sentiamo in diritto di dire ciò che vogliamo e ci crediamo in dovere di dirlo per il bene del prossimo. Il bene del prossimo, fermati e pensaci su un momento: non sai nemmeno cosa sia il bene per te stesso, come puoi saperlo per gli altri? E se qualcuno chiede spiegazioni, ci domanda come facciamo ad essere così sicuri di quel che diciamo o se ne siamo proprio certi, noi iniziamo a sbrodolare giustificazioni: un mare di "IO lo so, IO l'ho visto, IO l'ho saputo da mio cugino, IO ti dico che è così, IO è una vita che lavoro in quest'ambito ed insomma, fidati di me, perché IO lo so, le ho già viste queste cose". Ma tu, egregio signor IO, ti sei mai soffermato a guardare te stesso e a giudicare la tua condotta? E come ti proclami, innocente o colpevole? Ah si, avrei dovuto immaginarlo, una persona integerrima come te non poteva di certo essere un colpevole.
martedì 29 gennaio 2013
CAMBIAMENTI.
Poi ti ho rivisto al supermercato. Così ripulito che non sembravi neanche più tu.
Niente più piercing infilzati in ogni parte della tua faccia, niente più rasta, capelli corti corti e un'espressione stranamente rilassata.
Anche l'abbigliamento era più decente del solito.
"E tu che ci fai qui?"
"Lavoro"
"E perché?"
Questa la tua battuta iniziale. Il tuo solito umorismo da scansafatiche.
La tua faccia ripulita ha sorriso, ma di un sorriso più consapevole rispetto ad una volta.
Non quel tuo solito ghigno da pazzo, ma un sorriso un po' triste, sottomesso, il sorriso di chi ha finalmente capito il giro del fumo.
L'usavi sempre anche tu questo stupido modo di dire.
E poi felice e raggiante mi hai detto che diventerai papà. Ed io sono un po' morto dentro.
Tu hai la mia stessa età, anzi, se vogliamo contare anche i mesi sei più piccolo di me, sei stato un mio compagno di classe alle elementari, e ti ricordi quella volta che hai tirato quel calcio nello stomaco a Francesca, da piccoli, e lei ti ha vomitato addosso? E quando hai picchiato Piero, e da quel giorno siete diventati migliori amici? Sei stato un mio spacciatore, quello che mi trovava le cose più strane: ricordi quella volta che per colpa tua e di quella tua schifezza rara sono dovuto rimanere fermo immobile in stazione per tre ore prima di trovare le forze per rialzarmi in piedi? Ti ho chiesto come lo avresti chiamato, già sicuro dell'allucinante risposta, e tu non ti sei smentito: diciamo che hai scelto un nome piuttosto particolare, ma comunque bello.
Poi ti ho augurato una buona giornata, come nulla fosse, continuando a sentire questa sensazione strana di vuoto che mi precipitava fino in fondo allo stomaco.
Tu, padre. Come cazzo cambiano le persone, col tempo.
Niente più piercing infilzati in ogni parte della tua faccia, niente più rasta, capelli corti corti e un'espressione stranamente rilassata.
Anche l'abbigliamento era più decente del solito.
"E tu che ci fai qui?"
"Lavoro"
"E perché?"
Questa la tua battuta iniziale. Il tuo solito umorismo da scansafatiche.
La tua faccia ripulita ha sorriso, ma di un sorriso più consapevole rispetto ad una volta.
Non quel tuo solito ghigno da pazzo, ma un sorriso un po' triste, sottomesso, il sorriso di chi ha finalmente capito il giro del fumo.
L'usavi sempre anche tu questo stupido modo di dire.
E poi felice e raggiante mi hai detto che diventerai papà. Ed io sono un po' morto dentro.
Tu hai la mia stessa età, anzi, se vogliamo contare anche i mesi sei più piccolo di me, sei stato un mio compagno di classe alle elementari, e ti ricordi quella volta che hai tirato quel calcio nello stomaco a Francesca, da piccoli, e lei ti ha vomitato addosso? E quando hai picchiato Piero, e da quel giorno siete diventati migliori amici? Sei stato un mio spacciatore, quello che mi trovava le cose più strane: ricordi quella volta che per colpa tua e di quella tua schifezza rara sono dovuto rimanere fermo immobile in stazione per tre ore prima di trovare le forze per rialzarmi in piedi? Ti ho chiesto come lo avresti chiamato, già sicuro dell'allucinante risposta, e tu non ti sei smentito: diciamo che hai scelto un nome piuttosto particolare, ma comunque bello.
Poi ti ho augurato una buona giornata, come nulla fosse, continuando a sentire questa sensazione strana di vuoto che mi precipitava fino in fondo allo stomaco.
Tu, padre. Come cazzo cambiano le persone, col tempo.
venerdì 25 gennaio 2013
IL MIO UNICO AMICO E' IL VELENO PURO.
Un'amazzone: grossi rasta biondi lunghi sino al fondoschiena e due sfattissimi occhioni azzurri. Camminavi scalza per le vie della mia città.
Pochi vestiti stracciati, sciupati e niente scarpe ai tuoi piedi.
"Perché mai un essere umano dovrebbe camminare scalzo, dal momento che l'umanità ha inventato le scarpe, o comunque un primissimo prototipo di calzatura, già dai tempi dell'uomo di neanderthal?"
"Per sentire il contatto con la Terra", mi rispondesti.
"Ma tu stai camminando su dell'asfalto stradale, un materiale bituminoso, non so che senso possa avere quello che hai detto. Un conto magari è se fossimo in un bosco, ma qui, su questo marciapiede, l'unico materiale con cui stai entrando in contatto è il piscio evaporato di una mandria di barboni, punkabbestia, studenti, alternativoidi di ogni tipo".
La tua risposta fu un'alzata di spalle seguita da uno sguardo scocciato.
Poi ci fu quell'altra volta, al mercato. Io, la mia bellissima amazzone e la tua amica cieca che tenevi stretta stretta al tuo braccio. Tutto ad un tratto la lasciasti andare e mentre ti allontanavi lei chiamò i nostri nomi e si iniziò ad agitare, e tu mi facesti segno con l'indice davanti alla bocca di starmene zitto. E la lasciammo là, sola, cieca, immagino persa in mezzo ai banchetti del mercato.
Quando ti chiesi, perché? Perché hai abbandonato la tua amica cieca in mezzo a quel casino tu mi rispondesti che doveva imparare a cavarsela da sola, e che avevi voglia di stare sola con me.
Io risposi che dalle tue parti dovevate avere una concezione di amicizia un attimo diversa rispetto a quella del mio paese, tu mi guardasti dritto negli occhi e dicesti queste letterali parole: "il mio unico amico è il veleno puro".
Pochi vestiti stracciati, sciupati e niente scarpe ai tuoi piedi.
"Perché mai un essere umano dovrebbe camminare scalzo, dal momento che l'umanità ha inventato le scarpe, o comunque un primissimo prototipo di calzatura, già dai tempi dell'uomo di neanderthal?"
"Per sentire il contatto con la Terra", mi rispondesti.
"Ma tu stai camminando su dell'asfalto stradale, un materiale bituminoso, non so che senso possa avere quello che hai detto. Un conto magari è se fossimo in un bosco, ma qui, su questo marciapiede, l'unico materiale con cui stai entrando in contatto è il piscio evaporato di una mandria di barboni, punkabbestia, studenti, alternativoidi di ogni tipo".
La tua risposta fu un'alzata di spalle seguita da uno sguardo scocciato.
Poi ci fu quell'altra volta, al mercato. Io, la mia bellissima amazzone e la tua amica cieca che tenevi stretta stretta al tuo braccio. Tutto ad un tratto la lasciasti andare e mentre ti allontanavi lei chiamò i nostri nomi e si iniziò ad agitare, e tu mi facesti segno con l'indice davanti alla bocca di starmene zitto. E la lasciammo là, sola, cieca, immagino persa in mezzo ai banchetti del mercato.
Quando ti chiesi, perché? Perché hai abbandonato la tua amica cieca in mezzo a quel casino tu mi rispondesti che doveva imparare a cavarsela da sola, e che avevi voglia di stare sola con me.
Io risposi che dalle tue parti dovevate avere una concezione di amicizia un attimo diversa rispetto a quella del mio paese, tu mi guardasti dritto negli occhi e dicesti queste letterali parole: "il mio unico amico è il veleno puro".
mercoledì 23 gennaio 2013
THE CAT CAME BACK.
Puoi chiuderla fuori dalla porta, ma lei tornerà.
Lasciala senza mangiare, non darle tue notizie per anni, tanto tornerà comunque.
Pensi di disfartene lasciandola in un'altra nazione? Abbandonandola in mezzo ad una giungla urbana? No no amico, lo sai già anche tu: lei tornerà.
Nel momento più improbabile, dopo lunghi anni di silenzio, la gatta tornerà a miagolare alla tua porta chiedendoti cibo, un letto caldo, il tuo affetto.
In verità torna solo per metterti alla prova e prendere ancora qualcosa da te, vuole prendere tutto quello che può, da te. E la cosa bella è che non gli interessi mica tu, non gliene frega niente della tua bella personalità, quello che vuole sono solo le tue cose materiali. Una lesta approfittatrice che pensa solo ai propri bisogni e quando li ha saziati torna a lasciarti nel silenzio per chissà quanti altri anni, senza mai dare sue notizie.
Tu non preoccuparti, tanto lo sai già, ormai hai imparato che prima o poi la gatta tornerà e tu dovrai sbatterle la porta in faccia per la centesima volta. Dovrai inseguirla armato di scopa e buttarla in malo modo in mezzo alla strada. La ingiurierai e le griderai di andarsene, ma dopo qualche tempo sentirai ancora il suo lamento bisognoso sbattere incessantemente contro la tua porta di casa. La gatta non sa cosa sia vergogna o disonore, sa solo che tu possiedi ciò che lei vuole, ed è determinata a prenderselo.
Ma tu non darle niente, non lasciarla entrare in casa, perché dopo che avrà varcato l'ingresso vorrà entrare anche nel tuo letto. Non darle del cibo, perché anche quando sarà sazia vorrà mangiare il dolce. La cosa più importante di tutte, ricordalo, è non darle il tuo affetto perché nel momento in cui le darai il tuo cuore lei se lo mangerà, lo divorerà, e tu morirai perché il tuo sangue non potrà più circolare nel tuo corpo.
Lasciala senza mangiare, non darle tue notizie per anni, tanto tornerà comunque.
Pensi di disfartene lasciandola in un'altra nazione? Abbandonandola in mezzo ad una giungla urbana? No no amico, lo sai già anche tu: lei tornerà.
Nel momento più improbabile, dopo lunghi anni di silenzio, la gatta tornerà a miagolare alla tua porta chiedendoti cibo, un letto caldo, il tuo affetto.
In verità torna solo per metterti alla prova e prendere ancora qualcosa da te, vuole prendere tutto quello che può, da te. E la cosa bella è che non gli interessi mica tu, non gliene frega niente della tua bella personalità, quello che vuole sono solo le tue cose materiali. Una lesta approfittatrice che pensa solo ai propri bisogni e quando li ha saziati torna a lasciarti nel silenzio per chissà quanti altri anni, senza mai dare sue notizie.
Tu non preoccuparti, tanto lo sai già, ormai hai imparato che prima o poi la gatta tornerà e tu dovrai sbatterle la porta in faccia per la centesima volta. Dovrai inseguirla armato di scopa e buttarla in malo modo in mezzo alla strada. La ingiurierai e le griderai di andarsene, ma dopo qualche tempo sentirai ancora il suo lamento bisognoso sbattere incessantemente contro la tua porta di casa. La gatta non sa cosa sia vergogna o disonore, sa solo che tu possiedi ciò che lei vuole, ed è determinata a prenderselo.
Ma tu non darle niente, non lasciarla entrare in casa, perché dopo che avrà varcato l'ingresso vorrà entrare anche nel tuo letto. Non darle del cibo, perché anche quando sarà sazia vorrà mangiare il dolce. La cosa più importante di tutte, ricordalo, è non darle il tuo affetto perché nel momento in cui le darai il tuo cuore lei se lo mangerà, lo divorerà, e tu morirai perché il tuo sangue non potrà più circolare nel tuo corpo.
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