martedì 26 luglio 2011

PADRE E FIGLIO.

"...Per te la cosa è sempre stata molto semplice, almeno nella misura in cui ne hai parlato davanti a me e, indiscriminatamente, davanti a molti altri. Ti pareva che stesse più o meno così: tu hai lavorato sodo per tutta una vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; di conseguenza io ho fatto la bella vita, ho avuto la massima libertà di studiare quello che volevo, non ho dovuto preoccuparmi né di procurarmi il cibo né di qualsiasi altra cosa; tu non pretendevi per questo la mia gratitudine, la conosci, "la gratitudine dei figli", ma almeno un po' di gentilezza, qualche accenno di compassione, e invece io mi sono sempre rifugiato davanti a te, in camera mia, tra i miei libri, coi miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche; non ti ho mai parlato apertamente, non mi sono mai messo accanto a te nel tempio né ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad; inoltre non ho mai avuto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e delle altre cose tue, la fabbrica l'ho addossata a te e poi ti ho abbandonato, ho dato man forte a Ottla' nella sua testardaggine, e mentre per te non muovo un dito (non ti prendo nemmeno i biglietti per il teatro), per gli amici faccio tutto. Riassumendo il tuo giudizio su di me, ne emerge che non mi rimproveri, a dire il vero, qualcosa di davvero sconveniente o malvagio (fatta eccezione forse per il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, distanza, ingratitudine. E me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con una bella sterzata io fossi stato in grado di indirizzare diversamente il tutto, mentre tu non ne hai la minima colpa, se non forse quella di essere stato troppo buono con me. Trovo questa tua interpretazione esatta soltanto nel senso che anch'io credo che tu non abbia colpa alcuna del nostro allontanamento. Ma non ne ho colpa neppure io. Se potessi portarti a riconoscere questo, allora sarebbe possibile -non una nuova vita, per questo siamo entrambi troppo vecchi -ma una certa pace, non una cessazione, ma un'attenuazione dei tuoi incessanti rimproveri..."

Franz Kafka, Lettera al padre.

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