lunedì 19 dicembre 2011

IT'S GETTING BETTER, MAN.

Perché peggio di così non può andare.
Perché dopo che hai raschiato anche il fondo del barile, non rimane più nulla da raschiare.
Perché 'tutto finisce': ed anche i momenti più di merda sono costretti a rispettare questa regola.
Perché ogni cosa, nella vita, è ciclica; e dopo una fase negativa ci sarà sempre una fase positiva, che sarà seguita a sua volta da un'altra fase negativa eccetera eccetera.
Perché un uomo senza niente è un uomo che non ha nulla da perdere.
Perché in fondo, lo sai anche tu, e ci credi ancora.
Andrà meglio, uomo. Andrà meglio.



sabato 10 dicembre 2011

IL DISCEPOLO ABBANDONATO.

Io non ce l'ho con te, davvero. Non più. Ormai me ne sono fatto una ragione.
L'ho capito anni fa, quando ti incontrai nella piazza del tuo paese e tu non mi riconoscesti.
Allucinante. Un giorno sono la prima delle tue urgenze nella vita e due anni dopo non mi riconosci per strada.
Devi essere invecchiato in fretta da quando mi hai mandato affanculo.
Sei stato pessimo. Io sono stato un bravo discepolo e tu sei stato un pessimo maestro.
Mi hai cresciuto per tanti anni, mi hai cresciuto fino a quando non ho raggiunto livelli eccellenti, e poi mi hai mollato su due piedi a metà del percorso. E per che cosa? Per quale ragione hai rinunciato a crescere la giovane promessa che ero? Per la politica. Ti sei andato a infognare in quella merda vischiosa della politica ed hai abbandonato me, il giovane ragazzo promettente.
Io ovviamente, senza avere una guida, come pensavi che finissi? Allo sbando, completamente allo sbando.
Mi hai fatto camminare per un lungo viale e mi hai fatto scalare una montagna, una volta in cima siamo ridiscesi dall'altro versante, che era pieno di rovi, ma nonostante tutto siamo sopravvissuti, e poi, una volta scampata la morte mi hai lasciato lì, in mezzo ad un incrocio di infinite vie dicendomi: "io scelgo la via della politica, tu invece fai un po' quel cazzo che ti pare".
Ed io mi sono andato a perdere in strade che non avrei dovuto percorrere.
E dicevo, non ce l'ho con te perché le scelte le ho fatte io, sono io che ho sbagliato, non tu. Spero un giorno di trovare delle toppe che riparino gli sbagli che ho fatto.
Ho sostituito il ricordo rancoroso che avevo di te con un nuovo ricordo: quello di un vecchio ed un giovane ragazzo che leggono assieme il giornale dentro un bar. Il vecchio cerca di spiegare al giovane come funziona il mondo, ma il giovane, purtroppo, non riesce a capirlo.

martedì 6 dicembre 2011

PAUSA PRANZO.

Lavoro di fronte ad una scuola superiore.
Mentre io sono lì a fare il mio lavoro e ad aspettare la fine della giornata lavorativa orde di ragazzini urlano, cantano, imprecano, si menano, fumano ad ogni cambio d'ora.
Quanto vi invidio brutti mocciosi mostriciattoli, dio, quanto vi invidio.
Era da tantissimo tempo che non provavo una sana invidia come questa.
Se riesco, uno di questi giorni vengo a fare merenda insieme a voi.

THE CHRISTMAS POO.

"Sei proprio uno stronzo, una merda, un Mr Hankey, presente? Fottiti".

venerdì 25 novembre 2011

IL DOLORE DI UN PADRE.

Non ce la faccio più ad andare avanti così.
Ho detto a Marco che non poteva più stare in casa con noi.
Lui, non sapendo dove andare, ha scelto di vivere in garage.
Ora non ho più nemmeno un posto dove tenere la mia bici da corsa. Mi ci sono voluti due anni di straordinari per comprare e riparare quella bici. E adesso la devo lasciare in strada.
Io non so dove posso aver sbagliato, ho sempre dato a Marco tutto quello che potevo, ho lavorato tutta la vita per lui, ho cercato di essere il padre amico con cui puoi confidarti e non ha funzionato. Ho provato ad essere un padre autorevole ma non ha funzionato.
Forse non ho nessuna colpa, forse semplicemente doveva andare così, forse devo espiare qualche torto grave ed un Dio vendicativo si è scagliato contro di me in questo modo.
Questa notte ho pensato di morire. Alle cinque del mattino si sono iniziate a sentire urla e rumori di cose che venivano fracassate, distrutte. Si è svegliato tutto il palazzo. Da ogni porta del condominio in cui viviamo è uscita gente in pigiama e vestaglia per vedere cosa stava succedendo. Gente che vedo tutti i giorni, con cui parlo tutti i giorni, alcuni amici, altri meno ma diavolo, sono le prime persone che vedo al mattino e con cui scambio un "Buongiorno" e le ultime che vedo rientrando alla sera e con cui scambio un "Buonasera".
Vestiti dai nostri pigiami siamo scesi verso i garage. Il mio garage era aperto e con la luce accesa.
Marco era lì dentro e stava scagliando la poltrona a dondolo di sua nonna, ovvero mia madre, contro la parete del garage. Era fuori di sè, completamente pazzo. Aveva la giacca strappata, senza una manica, del vomito sui pantaloni e il maglione, gli occhi spalancati ed inniettati di sangue.
Vi giuro, in quell'animale satanico, per la prima volta in tutta la mia vita, non ho riconosciuto il volto di mio figlio. L'ho cercato in ogni tratto del volto ma no, non poteva essere lui, quelli non erano più i suoi occhi e quello non era il suo volto.
Luisa, mia moglie, si è subito messa a piangere ed è scappata via correndo lungo la strada. I vicini del piano di sopra, che fanno parte della schiera degli amici, l'hanno fermato e hanno cercato di calmarlo, facendolo sedere, ed io invece ero impietrito.
Sono rimasto lì, in piedi con il mio pigiama addosso e grosse lacrime che mi sgorgavano dagli occhi.
Ero sommerso dalla vergogna. Ho portato le mani al volto e mi sono lasciato sfuggire qualche grosso singhiozzo e poi ho cercato di chiedere a mio figlio cosa diavolo stesse facendo.
Lui era impazzito e gridava. Solo urla, non ha detto nemmeno una parola, solo "Aaaaah! Aaaaah! Aaaaah!" con i pungi stretti. Dopo ha iniziato a dare pungi alla parete di cemento rompendosi una mano.
I vicini del piano di sopra hanno chiamato l'ambulanza, hanno aspettato l'ambulanza insieme a me e hanno guardato, insieme a me, mio figlio che veniva portato via.
Mi hanno detto quanto fossero spiacenti, io ormai piangevo come un bambino, sentivo rabbia, dolore, e un indescrivibile senso di vergogna che mi rendeva piccolo ed impotente. Gli ho detto come mi sentivo, che mi vergognavo e mi dispiaceva per quello che era successo, e loro sono stati gentilissimi, mi hanno consolato e mi hanno detto che non c'era nessun problema.
Luisa, la donna che ancora amo, non fa altro che piangere, e io mi sento impotente e mi vergogno a mettere piede fuori di casa. Io e mia moglie siamo in pensione da ormai dieci anni, siamo vecchi, stanchi, non avremmo mai immaginato di spendere i nostri ultimi anni di vita in questa maniera. Immaginavamo una casa in campagna e tanta tranquillità dopo una vita di lavoro e di sacrifici. Magari avere anche dei nipotini da andare a trovare o da portare a scuola, o a calcio o a danza, o dovunque volessero andare. Invece Marco, in questi ultimi anni ci sta rovinando la vita. Come è potuto finire così in basso quel ragazzino sveglio, intelligente e scaltro che portavo con orgoglio allo stadio a vedere la partita? Quel ragazzino che mi rendeva fiero il giorno della consegna delle pagelle con voti eccellenti rispetto ai compagni?
Ora ha quarant'anni, è alcolizzato e drogato. L'ultima volta volta che sono andato al bar, cioè sei mesi fa, ho sentito alle mie spalle Piero e Alberto che dicevano bisbigliando: "eh, suo figlio non sta molto bene, mi hanno detto che è un eroinomane e, dopo avere dilapidato il conto dei suoi ha iniziato a fare furti nelle gioiellerie, nei negozi e così via". Come si fa ad essere così stupidi da cadere nell'eroina? Come si fa? Come diavolo ha fatto mio figlio, il sangue del mio sangue, colui che porterà avanti il mio cognome a ridursi così? Perché è dovuto capitare proprio a me?
Comunque all'inizio dicevo, non ce la faccio più, penso che alla prossima che mi combina mi verrà un colpo al cuore e ci rimarrò secco.

giovedì 24 novembre 2011

MILLE LAME, TI DICO CHE C'ERANO MILLE LAME SUL SOFFITTO, E STAVANO CADENDO SULLE NOSTRE TESTE.

Il bong era stato riempito oltremodo di quella merda non illegale chiamata Salvia Divinorum. Era uno di quei periodi in cui volevo provare droghe nuove e scimmiottare rituali religiosi degli indios d'America (chiamiamoli così? Massì, chiamiamoli così).
Ero seduto ad una tavola rotonda, con quattro persone: una aveva già provato e sosteneva "questa merda non fa un cazzo", un'altra aveva già provato e ora stava stesa al suolo con le gambe sollevate, il terzo ero io ed il quarto era sbiancato nel vedere le mutandine della seconda, che grazie alle gambe sollevate erano ampiamente in mostra. Erano azzurre, un azzurro puffo.

Accendino. Fuoco al braciere.
Aspiro, aspiro, aspiro tutto quello che posso.
Sapore acre in bocca, nei polmoni, e anche un po' nel cervello.
Prima di espirare il fumo alzo la testa verso il soffitto, guardo il lampadario, guardo il bianco dell'intonaco scrostato e quelle macchie di muffa agli angoli. Rimango un attimo in contemplazione del soffito e poi espiro.
La grigia nuvola di fumo si alza fino al soffitto, non fa in tempo ad arrivare sino al lampadario che quella nuvola si trasforma in mille lame di coltelli grossi, coltelli da macellaio o da cuoco, argentei e scintillanti, che stanno cadendo dal soffitto con la punta rivolta verso le nostre teste.
In meno di una frazione di secondo, prima che tutte quelle lame si conficchino nel mio amato testolino, faccio un balzo felino e mi nascondo sotto il tavolo. Sto lì rannicchiato per qualche secondo e poi esco dal mio nascondiglio.

"Cazzo, ragazzi, non le avete viste?"
"Sei un coglione, perchè sei scappato sotto il tavolo? Sembrava anche che piangessi, mugolavi, facevi versi strani.."
"Non le avete viste?"
"Cosa, perdio, cosa avremmo dovuto vedere?"
"Mille lame, mille lame pendevano sulle nostre teste".

Il quarto: "Dai, ora tocca a me."

lunedì 14 novembre 2011

C'EST LA VIE.

Ci sono cose nella vita che si possono sistemare,

           per tutto il resto invece c'è il Chianti.