E a volte succede che anche se il tempo là fuori è bellissimo: c'è il sole, ogni albero è verde, le fragole crescono succose e ogni fiore è sbocciato, tu non riesci comunque a trovare pace. E ti sembra che il mondo sia una gran merda di posto in cui vivere, che questo non è di certo il migliore dei mondi possibili, ma probabilmente è il peggiore cazzo, si Leibniz sto parlando a te.
E anche se tutto il mondo è riunito fuori: al bar, al parco, in centro, in gelateria, a te non va lo stesso di uscire.
Non riesci bene a capire la motivazione ma proprio oggi non hai voglia di uscire.
Preferisci fare arrivare sera e non fare nulla, preferisci lasciarti vegetare sul divano o sull'amaca.
Tanto sai che se esci la fuori probabilmente quando torni a casa avrai più problemi di quelli che hai adesso.
Meglio stare in casa, meglio non fare assolutamente niente, meglio non complicare ulteriormente questa esistenza. Già è abbastanza complessa.
E anche la natura è una donna bastarda: si cambia d'abito dopo lunghi mesi di freddo e ti esclama a gran voce: 'Cambio stagione ragazzi: guardate qua che colori e che bell'abito che ho addosso e iniziate a spogliarvi'.
Ma a me non mi freghi.
Puoi cercare di celare dietro a tutti quei fiori e colori lo schifo grigio di questo che è il peggiore dei mondi possibili, ma io so che appena esco lo schifo mi salterà addosso, con o senza il tuo buon profumo floreale, quindi puoi smetterla di fingere con me, ho capito il tuo trucco e non ci casco.
mercoledì 20 aprile 2011
lunedì 18 aprile 2011
FACEBOOK.
Io odio Facebook perché in genere odio le persone, soprattutto quando interagiscono tra loro. Facebook tira fuori il peggio degli uomini e delle donne.
Le ragazzine egocentriche si fanno foto da troie,
gli uomini perdono la loro dignità e diventano delle ragazzine.
Dai venitemi a dire: 'eh, ma come sei asociale cazzo, pensa ai tuoi amici lontani che magari senti raramente, grazie a Facebook potresti avere l'opportunità di sentirli quando vuoi e sapere tutto quello che fanno..'
Io ho amici lontani che sento regolarmente, via telefonica.
Non ho bisogno di Facebook, anzi probabilmente se dovessi sentirli tutti i giorni e sapere tutto quello che fanno mi verrebbero a stare antipatici alla lunga.
'Ma puoi pubblicare tutte le tue foto e vedere quelle degli altri'.
Beh, su questo forse sono rimasto traumatizzato già da piccolo quando a cene e compleanni di famiglia ti tiravano fuori la torta, e tu dentro di te pensavi: 'è la cosa più bella che ho mai visto: mangiamola, mangiamola, mangiamola' e invece dovevi aspettare e sorridere falsamente agli scatti del flash fino a quando, dopo venti minuti, ti potevi finalmente mangiare la torta.
E la torta era talmente buona che ti faceva dimenticare quei venti minuti di agonia.
Come dicono gli Skiantos 'il gelato è il mio conforto, mi ripaga d'ogni torto.'
Io odiavo il momento in cui tutti dicevano 'dai facciamo le foto', io tutt'ora odio la ragazzina di turno che finita la cena esclama ebbra 'dai facciamo le foto'. Ma perché cazzo devi fare sempre e costantemente delle foto? Hai paura che la tua vita ti scappi dalle mani? Hai bisogno di una costante testimonianza fotografica di tutto ciò che fai? Non puoi scattare un'istantanea per ogni attimo della tua vita, cazzo, la vita ti scapperà comunque dalle mani e tu non puoi farci assolutamente nulla.
E il classico momento a settembre, quando tutti tornano a casa dalle vacanze e si fa la cena e si guardano tutte le rispettive foto: ma dico io, che due palle.
Non ho voglia di vedere un cazzo di istante impresso su carta stampata, cerca di raccontarmelo tu con le tue parole e io me lo immaginerò e sarà come avere una tua immagine con dedica, perché la rappresentazione me l'hai descritta tu e insieme all'immagine mi lasci anche una parte di te, della tua esperienza.
Dio come sono melodrammatico,a volte non mi sopporto, anzi succede spesso.
E all'inizio si parlava di Facebook e ora non so neanche bene come ricollegarmi comunque, una cosa è certa, io odio Facebook.
Le ragazzine egocentriche si fanno foto da troie,
gli uomini perdono la loro dignità e diventano delle ragazzine.
Dai venitemi a dire: 'eh, ma come sei asociale cazzo, pensa ai tuoi amici lontani che magari senti raramente, grazie a Facebook potresti avere l'opportunità di sentirli quando vuoi e sapere tutto quello che fanno..'
Io ho amici lontani che sento regolarmente, via telefonica.
Non ho bisogno di Facebook, anzi probabilmente se dovessi sentirli tutti i giorni e sapere tutto quello che fanno mi verrebbero a stare antipatici alla lunga.
'Ma puoi pubblicare tutte le tue foto e vedere quelle degli altri'.
Beh, su questo forse sono rimasto traumatizzato già da piccolo quando a cene e compleanni di famiglia ti tiravano fuori la torta, e tu dentro di te pensavi: 'è la cosa più bella che ho mai visto: mangiamola, mangiamola, mangiamola' e invece dovevi aspettare e sorridere falsamente agli scatti del flash fino a quando, dopo venti minuti, ti potevi finalmente mangiare la torta.
E la torta era talmente buona che ti faceva dimenticare quei venti minuti di agonia.
Come dicono gli Skiantos 'il gelato è il mio conforto, mi ripaga d'ogni torto.'
Io odiavo il momento in cui tutti dicevano 'dai facciamo le foto', io tutt'ora odio la ragazzina di turno che finita la cena esclama ebbra 'dai facciamo le foto'. Ma perché cazzo devi fare sempre e costantemente delle foto? Hai paura che la tua vita ti scappi dalle mani? Hai bisogno di una costante testimonianza fotografica di tutto ciò che fai? Non puoi scattare un'istantanea per ogni attimo della tua vita, cazzo, la vita ti scapperà comunque dalle mani e tu non puoi farci assolutamente nulla.
E il classico momento a settembre, quando tutti tornano a casa dalle vacanze e si fa la cena e si guardano tutte le rispettive foto: ma dico io, che due palle.
Non ho voglia di vedere un cazzo di istante impresso su carta stampata, cerca di raccontarmelo tu con le tue parole e io me lo immaginerò e sarà come avere una tua immagine con dedica, perché la rappresentazione me l'hai descritta tu e insieme all'immagine mi lasci anche una parte di te, della tua esperienza.
Dio come sono melodrammatico,a volte non mi sopporto, anzi succede spesso.
E all'inizio si parlava di Facebook e ora non so neanche bene come ricollegarmi comunque, una cosa è certa, io odio Facebook.
giovedì 14 aprile 2011
SPIT IT OUT.
Sempre ripensando a Shining guardate cosa mi ha consigliato di vedere la persona che dorme al mio fianco.
martedì 12 aprile 2011
GIANNI, L'OTTIMISMO E' IL PROFUMO DELLA VITA.
C'è questo ragazzo, che chiameremo Gianni che ha passato davvero una brutta giornata.
A lavoro è stato rimproverato duramente per un errore che non aveva commesso, ma che aveva fatto Silvio.
Gianni però non è un bambino piagnucoloso e non si mette di certo a brontolare o ad obiettare contro l'incazzoso capo che lo riempiva di insulti. E così facendo si assume tutta la colpa del danno fatto da Silvio.
Una piccola parte dentro di Gianni spera che Silvio sarà riconoscente del gesto altruista che gli ha riservato, che ne so magari gli offre un aperitivo all'uscita di lavoro, così per dire grazie e fare due chiacchiere.
Ma non è così. Silvio quando esce fa un sorriso sprezzante in direzione della faccia triste ed allungata di Gianni. Un sorriso che vuol dire 'ciao ciao coglione'.
E se ne va a bordo della sua Yamaha. Gianni ha sempre desiderato possedere una moto, ma l'unica cosa che possiede è una vecchia punto scassata, gentile concessione degli ormai anziani genitori.
Gianni è frustrato e leggermente intristito all'uscita di lavoro, allora decide che prima di passare a casa dove lo attendeva il gatto e una cena solitaria si sarebbe concesso una birra; diamine un'ottima birra, aveva voglia di una Guinness spillata dall'Irish Pub.
E li si reca, con un nuovo sorriso sulle labbre, un'impronta velata di una nuova speranza.
L'Irish pub è aperto, quei bei tavoloni e sgabelli alti di legno sono lì, che lo attendono.
Gianni ordina al barista a voce alta e con tono gioioso 'una pinta di Guinness'.
Il barista lo osserva e gli dice che purtroppo la Guinness è finita ieri sera e arriverà solo domani.
Gianni cambia espressione in viso e ritorna alla sua classica faccia triste ed allungata.
Beve una birra mediocre, che non era quella che voleva, chiedendosi come diavolo sia possibile che all'Irish Pub finiscano la Guinness. Va beh, sono cose che possono succedere.
Uscendo dall'Irish Pub Gianni nota che sotto il portico proprio di fronte a lui c'è la ragazza che gli piace: Maria.
Maria è bellissima, è alta, magra, ha lunghi capelli biondi e gli occhi azzurrissimi.
Con il tipico nodo in gola di chi è innamorato e un sorriso che brilla di una nuova speranza va verso Maria per salutarla e Maria si gira dalla sua parte e sorride. Un grosso ad ampio sorriso che fa vibrare tutto il corpo del povero Gianni.
Gianni: 'Hey ciao, come stai? Che ci fai qui?'
Maria: 'Ciao io tutto ok e tu? Oh niente aspetto che il mio ragazzo finisce di fare bancomat e poi andiamo a cena.'
Gianni nota che qualche metro più in la, a fare la fila per prelevare denaro dal bancomat, c'è Silvio che fuma una sigaretta spazientito. Silvio è girato dall'altra parte e non riescie a vedere Gianni.
Gianni guarda Maria negli occhi e gli dice: 'Oh beh, buona cena allora, mi dispiace ma devo scappare, anche a me mi aspettano per cena.'
Maria:' Oh bene, beh buon appetito, ci si vede in giro prossimamente allora.'
Gianni con un falso sorriso stampato sul volto che vuole celare la sua faccia triste ed allungata dice: 'Oh si certo, a presto'.
Gianni si accende una sigaretta e percorre la strada che lo porterà a casa, dove ad attenderlo per l'ora di cena c'è una confezione surgelata di Sofficini.
Anche se sa che si maledirà accende la tv perchè tutto quel silenzio per casa lo fa sentire parecchio solo. La tv si sintonizza su una nota pubblicità che esordisce a gran voce dicendo: 'Gianni, l'ottimismo è il profumo della vita.'
Gianni bestemmia forte contro la tv e la spegne. Butta nel bidone quei cazzo di Sofficini merdosi e apre la bottiglia di vodka. E la beve tutta, durante la serata. E sapete qual'è la cosa più triste di tutta questa storia? Che Gianni sono io.
lunedì 11 aprile 2011
I VERI AMANTI DELLA BIRRA BEVONO LA BIRRA ANCHE CALDA.
Alcuni anni fa si andava sempre al parco.
A qualsiasi orario, anche di notte, con qualsiasi condizione meteorologica, anche la neve.
Si andava tutti e quanti al parco e ognuno arrivava quando cazzo gli pareva.
E se non avevi niente da fare alle due del pomeriggio andavi la e ti trovavi già qualcuno seduto sulle panchine, che si rilassava.
Non eri mai solo, al parco. Ognuno portava qualcosa, chi più o chi meno, e si aspettava che la luce del sole se ne andasse a fanculo e lasciasse posto alle tenebre notturne.
C'erano tante persone, molto diverse tra loro. C'era chi alle due del pomeriggio arrivava con un pacco da sei di birre, c'era chi passava solo verso le 5 o le 6 dopo lavoro. E si beveva, si fumava e si parlava. E si guardava la gente a passeggio.
La signora che portava in giro Ettore, il bassotto più ciccione di questo mondo: una povera creatura che aveva una panza assurda che gli strisciava sull'asfalto e sul terreno mentre camminava.
Il tipo mezzo matto che lavorava nella stazione dei treni.
Rosa, una giovane ragazza con figlio piccolo appresso che controllava che Antonio, il marito, non venisse da noi o non fosse seduto sulle nostre panche con una birra o una sigaretta in mano. E poi ogni tanto si poteva pure scorgere mia madre in bicicletta.
Io ero un frequentatore assiduo del parchetto che vi ho descritto, e come me, altri ragazzi giovani. Bevevamo birra, parlavamo di stronzate e di cose serie, per tutto il giorno. Non facevamo altro che bere, fumare e parlare. Come vi ho già detto prima ognuno portava qualcosa, era come un accordo tacito tra persone e a volte capitava che sotto le panchine si accumulassero birre che venivano bevute lentamente. D'estate queste stavano lì, sotto le panche, a scaldarsi e scaldarsi fino a diventare quasi imbevibili. Verso la fine del pomeriggio, arrivava regolare lo stracciacazzi appena uscito dal lavoro ed esordiva così: 'Passatemi una birra'. Noi gliela davamo e lui ci rispondeva 'Ma cos'è sto pisciazzo caldo, cazzo non si riescie nemmeno a bere'.
Io ed il mio amico che sa il tedesco ci guardavamo con un sogghigno saccente e poi lui esordiva: 'I veri amanti della birra, bevono la birra anche se è calda'. E io aggiungevo: 'Se non la vuoi bere vuol dire che non ti va, passala qui che la bevo io'. Ed era vero.
Se ti lamenti delle condizioni di mantenimento della birra, vuol dire che non sei un amante della birra. Se ami la birra la bevi e basta, qualsiasi siano le condizioni.
A qualsiasi orario, anche di notte, con qualsiasi condizione meteorologica, anche la neve.
Si andava tutti e quanti al parco e ognuno arrivava quando cazzo gli pareva.
E se non avevi niente da fare alle due del pomeriggio andavi la e ti trovavi già qualcuno seduto sulle panchine, che si rilassava.
Non eri mai solo, al parco. Ognuno portava qualcosa, chi più o chi meno, e si aspettava che la luce del sole se ne andasse a fanculo e lasciasse posto alle tenebre notturne.
C'erano tante persone, molto diverse tra loro. C'era chi alle due del pomeriggio arrivava con un pacco da sei di birre, c'era chi passava solo verso le 5 o le 6 dopo lavoro. E si beveva, si fumava e si parlava. E si guardava la gente a passeggio.
La signora che portava in giro Ettore, il bassotto più ciccione di questo mondo: una povera creatura che aveva una panza assurda che gli strisciava sull'asfalto e sul terreno mentre camminava.
Il tipo mezzo matto che lavorava nella stazione dei treni.
Rosa, una giovane ragazza con figlio piccolo appresso che controllava che Antonio, il marito, non venisse da noi o non fosse seduto sulle nostre panche con una birra o una sigaretta in mano. E poi ogni tanto si poteva pure scorgere mia madre in bicicletta.
Io ero un frequentatore assiduo del parchetto che vi ho descritto, e come me, altri ragazzi giovani. Bevevamo birra, parlavamo di stronzate e di cose serie, per tutto il giorno. Non facevamo altro che bere, fumare e parlare. Come vi ho già detto prima ognuno portava qualcosa, era come un accordo tacito tra persone e a volte capitava che sotto le panchine si accumulassero birre che venivano bevute lentamente. D'estate queste stavano lì, sotto le panche, a scaldarsi e scaldarsi fino a diventare quasi imbevibili. Verso la fine del pomeriggio, arrivava regolare lo stracciacazzi appena uscito dal lavoro ed esordiva così: 'Passatemi una birra'. Noi gliela davamo e lui ci rispondeva 'Ma cos'è sto pisciazzo caldo, cazzo non si riescie nemmeno a bere'.
Io ed il mio amico che sa il tedesco ci guardavamo con un sogghigno saccente e poi lui esordiva: 'I veri amanti della birra, bevono la birra anche se è calda'. E io aggiungevo: 'Se non la vuoi bere vuol dire che non ti va, passala qui che la bevo io'. Ed era vero.
Se ti lamenti delle condizioni di mantenimento della birra, vuol dire che non sei un amante della birra. Se ami la birra la bevi e basta, qualsiasi siano le condizioni.
martedì 5 aprile 2011
CHIEDI ALLA POLVERE.
Sempre parlando di trasposizioni cinematografiche di opere letterarie, mi è venuto in mente uno dei rarissimi casi in cui mi sono letto il libro e poi successivamente ho visto il film senza rimanerci troppo male.
L'opera letteraria in questione è 'Chiedi alla polvere' del grande John Fante, mentre il film è l'omonimo americano 'Ask the Dust', un film del 2006 con Colin Farrel e Salma Hayek diretti da Robert Towne, ma va beh, tanto non ve ne frega niente.
Bella la storia narrata dal libro, perfetti i due attori come personaggi.
Sopratutto la Hayek, impeccabile nel ruolo di Camilla Lopez.
E ugualmente bravo Colin Farell nel ruolo dello scrittore italo-americano.
Ma voi non sapete neanche di cosa sto parlando, giusto?
L'opera letteraria in questione è 'Chiedi alla polvere' del grande John Fante, mentre il film è l'omonimo americano 'Ask the Dust', un film del 2006 con Colin Farrel e Salma Hayek diretti da Robert Towne, ma va beh, tanto non ve ne frega niente.
Bella la storia narrata dal libro, perfetti i due attori come personaggi.
Sopratutto la Hayek, impeccabile nel ruolo di Camilla Lopez.
E ugualmente bravo Colin Farell nel ruolo dello scrittore italo-americano.
Ma voi non sapete neanche di cosa sto parlando, giusto?
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