Ma quanto cazzo siamo bravi a giudicare, eh?
E a giudicare tutto, qualsiasi evento, persona, fenomeno: ogni cosa, quasi a random.
Diamo sentenze definitive senza nemmeno conoscere i fatti: figuriamoci altri anteffatti ed annessi. Ci immoliamo per idee che nemmeno abbiamo compreso, saliamo sul gradino più alto, sul podio dell'arroganza, per dare lezioni di vita e dire a tutti cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Non ha importanza il fatto che giusto e sbagliato siano concetti relativi al contesto in cui vengono collocati: noi ce ne sbattiamo le palle dei contesti e del relativismo, perché noi, dall'alto delle nostre grandi, sensazionali ed esaltanti esperienze personali sappiamo cosa è male e cosa è bene, e non solo lo sappiamo per noi stessi, ma per tutti quanti.
Se solo riuscissimo a vedere al di là della nostra piccola esistenza, delle nostre banalissime esperienze e del nostro pompatissimo ego, quanto sia impossibile giudicare fatti e persone: quanto è assurdamente insensato arrivare a conclusioni senza conoscere gli eventi che hanno portato ad una determinata circostanza, e quanto sia demenziale sparare sentenze su ciò che non si conosce.
Ma noi siamo fatti così: ci sentiamo in diritto di dire ciò che vogliamo e ci crediamo in dovere di dirlo per il bene del prossimo. Il bene del prossimo, fermati e pensaci su un momento: non sai nemmeno cosa sia il bene per te stesso, come puoi saperlo per gli altri? E se qualcuno chiede spiegazioni, ci domanda come facciamo ad essere così sicuri di quel che diciamo o se ne siamo proprio certi, noi iniziamo a sbrodolare giustificazioni: un mare di "IO lo so, IO l'ho visto, IO l'ho saputo da mio cugino, IO ti dico che è così, IO è una vita che lavoro in quest'ambito ed insomma, fidati di me, perché IO lo so, le ho già viste queste cose". Ma tu, egregio signor IO, ti sei mai soffermato a guardare te stesso e a giudicare la tua condotta? E come ti proclami, innocente o colpevole? Ah si, avrei dovuto immaginarlo, una persona integerrima come te non poteva di certo essere un colpevole.
venerdì 1 febbraio 2013
martedì 29 gennaio 2013
CAMBIAMENTI.
Poi ti ho rivisto al supermercato. Così ripulito che non sembravi neanche più tu.
Niente più piercing infilzati in ogni parte della tua faccia, niente più rasta, capelli corti corti e un'espressione stranamente rilassata.
Anche l'abbigliamento era più decente del solito.
"E tu che ci fai qui?"
"Lavoro"
"E perché?"
Questa la tua battuta iniziale. Il tuo solito umorismo da scansafatiche.
La tua faccia ripulita ha sorriso, ma di un sorriso più consapevole rispetto ad una volta.
Non quel tuo solito ghigno da pazzo, ma un sorriso un po' triste, sottomesso, il sorriso di chi ha finalmente capito il giro del fumo.
L'usavi sempre anche tu questo stupido modo di dire.
E poi felice e raggiante mi hai detto che diventerai papà. Ed io sono un po' morto dentro.
Tu hai la mia stessa età, anzi, se vogliamo contare anche i mesi sei più piccolo di me, sei stato un mio compagno di classe alle elementari, e ti ricordi quella volta che hai tirato quel calcio nello stomaco a Francesca, da piccoli, e lei ti ha vomitato addosso? E quando hai picchiato Piero, e da quel giorno siete diventati migliori amici? Sei stato un mio spacciatore, quello che mi trovava le cose più strane: ricordi quella volta che per colpa tua e di quella tua schifezza rara sono dovuto rimanere fermo immobile in stazione per tre ore prima di trovare le forze per rialzarmi in piedi? Ti ho chiesto come lo avresti chiamato, già sicuro dell'allucinante risposta, e tu non ti sei smentito: diciamo che hai scelto un nome piuttosto particolare, ma comunque bello.
Poi ti ho augurato una buona giornata, come nulla fosse, continuando a sentire questa sensazione strana di vuoto che mi precipitava fino in fondo allo stomaco.
Tu, padre. Come cazzo cambiano le persone, col tempo.
Niente più piercing infilzati in ogni parte della tua faccia, niente più rasta, capelli corti corti e un'espressione stranamente rilassata.
Anche l'abbigliamento era più decente del solito.
"E tu che ci fai qui?"
"Lavoro"
"E perché?"
Questa la tua battuta iniziale. Il tuo solito umorismo da scansafatiche.
La tua faccia ripulita ha sorriso, ma di un sorriso più consapevole rispetto ad una volta.
Non quel tuo solito ghigno da pazzo, ma un sorriso un po' triste, sottomesso, il sorriso di chi ha finalmente capito il giro del fumo.
L'usavi sempre anche tu questo stupido modo di dire.
E poi felice e raggiante mi hai detto che diventerai papà. Ed io sono un po' morto dentro.
Tu hai la mia stessa età, anzi, se vogliamo contare anche i mesi sei più piccolo di me, sei stato un mio compagno di classe alle elementari, e ti ricordi quella volta che hai tirato quel calcio nello stomaco a Francesca, da piccoli, e lei ti ha vomitato addosso? E quando hai picchiato Piero, e da quel giorno siete diventati migliori amici? Sei stato un mio spacciatore, quello che mi trovava le cose più strane: ricordi quella volta che per colpa tua e di quella tua schifezza rara sono dovuto rimanere fermo immobile in stazione per tre ore prima di trovare le forze per rialzarmi in piedi? Ti ho chiesto come lo avresti chiamato, già sicuro dell'allucinante risposta, e tu non ti sei smentito: diciamo che hai scelto un nome piuttosto particolare, ma comunque bello.
Poi ti ho augurato una buona giornata, come nulla fosse, continuando a sentire questa sensazione strana di vuoto che mi precipitava fino in fondo allo stomaco.
Tu, padre. Come cazzo cambiano le persone, col tempo.
venerdì 25 gennaio 2013
IL MIO UNICO AMICO E' IL VELENO PURO.
Un'amazzone: grossi rasta biondi lunghi sino al fondoschiena e due sfattissimi occhioni azzurri. Camminavi scalza per le vie della mia città.
Pochi vestiti stracciati, sciupati e niente scarpe ai tuoi piedi.
"Perché mai un essere umano dovrebbe camminare scalzo, dal momento che l'umanità ha inventato le scarpe, o comunque un primissimo prototipo di calzatura, già dai tempi dell'uomo di neanderthal?"
"Per sentire il contatto con la Terra", mi rispondesti.
"Ma tu stai camminando su dell'asfalto stradale, un materiale bituminoso, non so che senso possa avere quello che hai detto. Un conto magari è se fossimo in un bosco, ma qui, su questo marciapiede, l'unico materiale con cui stai entrando in contatto è il piscio evaporato di una mandria di barboni, punkabbestia, studenti, alternativoidi di ogni tipo".
La tua risposta fu un'alzata di spalle seguita da uno sguardo scocciato.
Poi ci fu quell'altra volta, al mercato. Io, la mia bellissima amazzone e la tua amica cieca che tenevi stretta stretta al tuo braccio. Tutto ad un tratto la lasciasti andare e mentre ti allontanavi lei chiamò i nostri nomi e si iniziò ad agitare, e tu mi facesti segno con l'indice davanti alla bocca di starmene zitto. E la lasciammo là, sola, cieca, immagino persa in mezzo ai banchetti del mercato.
Quando ti chiesi, perché? Perché hai abbandonato la tua amica cieca in mezzo a quel casino tu mi rispondesti che doveva imparare a cavarsela da sola, e che avevi voglia di stare sola con me.
Io risposi che dalle tue parti dovevate avere una concezione di amicizia un attimo diversa rispetto a quella del mio paese, tu mi guardasti dritto negli occhi e dicesti queste letterali parole: "il mio unico amico è il veleno puro".
Pochi vestiti stracciati, sciupati e niente scarpe ai tuoi piedi.
"Perché mai un essere umano dovrebbe camminare scalzo, dal momento che l'umanità ha inventato le scarpe, o comunque un primissimo prototipo di calzatura, già dai tempi dell'uomo di neanderthal?"
"Per sentire il contatto con la Terra", mi rispondesti.
"Ma tu stai camminando su dell'asfalto stradale, un materiale bituminoso, non so che senso possa avere quello che hai detto. Un conto magari è se fossimo in un bosco, ma qui, su questo marciapiede, l'unico materiale con cui stai entrando in contatto è il piscio evaporato di una mandria di barboni, punkabbestia, studenti, alternativoidi di ogni tipo".
La tua risposta fu un'alzata di spalle seguita da uno sguardo scocciato.
Poi ci fu quell'altra volta, al mercato. Io, la mia bellissima amazzone e la tua amica cieca che tenevi stretta stretta al tuo braccio. Tutto ad un tratto la lasciasti andare e mentre ti allontanavi lei chiamò i nostri nomi e si iniziò ad agitare, e tu mi facesti segno con l'indice davanti alla bocca di starmene zitto. E la lasciammo là, sola, cieca, immagino persa in mezzo ai banchetti del mercato.
Quando ti chiesi, perché? Perché hai abbandonato la tua amica cieca in mezzo a quel casino tu mi rispondesti che doveva imparare a cavarsela da sola, e che avevi voglia di stare sola con me.
Io risposi che dalle tue parti dovevate avere una concezione di amicizia un attimo diversa rispetto a quella del mio paese, tu mi guardasti dritto negli occhi e dicesti queste letterali parole: "il mio unico amico è il veleno puro".
mercoledì 23 gennaio 2013
THE CAT CAME BACK.
Puoi chiuderla fuori dalla porta, ma lei tornerà.
Lasciala senza mangiare, non darle tue notizie per anni, tanto tornerà comunque.
Pensi di disfartene lasciandola in un'altra nazione? Abbandonandola in mezzo ad una giungla urbana? No no amico, lo sai già anche tu: lei tornerà.
Nel momento più improbabile, dopo lunghi anni di silenzio, la gatta tornerà a miagolare alla tua porta chiedendoti cibo, un letto caldo, il tuo affetto.
In verità torna solo per metterti alla prova e prendere ancora qualcosa da te, vuole prendere tutto quello che può, da te. E la cosa bella è che non gli interessi mica tu, non gliene frega niente della tua bella personalità, quello che vuole sono solo le tue cose materiali. Una lesta approfittatrice che pensa solo ai propri bisogni e quando li ha saziati torna a lasciarti nel silenzio per chissà quanti altri anni, senza mai dare sue notizie.
Tu non preoccuparti, tanto lo sai già, ormai hai imparato che prima o poi la gatta tornerà e tu dovrai sbatterle la porta in faccia per la centesima volta. Dovrai inseguirla armato di scopa e buttarla in malo modo in mezzo alla strada. La ingiurierai e le griderai di andarsene, ma dopo qualche tempo sentirai ancora il suo lamento bisognoso sbattere incessantemente contro la tua porta di casa. La gatta non sa cosa sia vergogna o disonore, sa solo che tu possiedi ciò che lei vuole, ed è determinata a prenderselo.
Ma tu non darle niente, non lasciarla entrare in casa, perché dopo che avrà varcato l'ingresso vorrà entrare anche nel tuo letto. Non darle del cibo, perché anche quando sarà sazia vorrà mangiare il dolce. La cosa più importante di tutte, ricordalo, è non darle il tuo affetto perché nel momento in cui le darai il tuo cuore lei se lo mangerà, lo divorerà, e tu morirai perché il tuo sangue non potrà più circolare nel tuo corpo.
Lasciala senza mangiare, non darle tue notizie per anni, tanto tornerà comunque.
Pensi di disfartene lasciandola in un'altra nazione? Abbandonandola in mezzo ad una giungla urbana? No no amico, lo sai già anche tu: lei tornerà.
Nel momento più improbabile, dopo lunghi anni di silenzio, la gatta tornerà a miagolare alla tua porta chiedendoti cibo, un letto caldo, il tuo affetto.
In verità torna solo per metterti alla prova e prendere ancora qualcosa da te, vuole prendere tutto quello che può, da te. E la cosa bella è che non gli interessi mica tu, non gliene frega niente della tua bella personalità, quello che vuole sono solo le tue cose materiali. Una lesta approfittatrice che pensa solo ai propri bisogni e quando li ha saziati torna a lasciarti nel silenzio per chissà quanti altri anni, senza mai dare sue notizie.
Tu non preoccuparti, tanto lo sai già, ormai hai imparato che prima o poi la gatta tornerà e tu dovrai sbatterle la porta in faccia per la centesima volta. Dovrai inseguirla armato di scopa e buttarla in malo modo in mezzo alla strada. La ingiurierai e le griderai di andarsene, ma dopo qualche tempo sentirai ancora il suo lamento bisognoso sbattere incessantemente contro la tua porta di casa. La gatta non sa cosa sia vergogna o disonore, sa solo che tu possiedi ciò che lei vuole, ed è determinata a prenderselo.
Ma tu non darle niente, non lasciarla entrare in casa, perché dopo che avrà varcato l'ingresso vorrà entrare anche nel tuo letto. Non darle del cibo, perché anche quando sarà sazia vorrà mangiare il dolce. La cosa più importante di tutte, ricordalo, è non darle il tuo affetto perché nel momento in cui le darai il tuo cuore lei se lo mangerà, lo divorerà, e tu morirai perché il tuo sangue non potrà più circolare nel tuo corpo.
giovedì 20 dicembre 2012
CERCANDO DI NON IMPAZZIRE.
"Un uomo ammattisce se non ha qualcuno.
Non importa chi è con lui, purché ci sia."
John Steinbeck, Uomini e Topi.
lunedì 3 dicembre 2012
ANCORA?
Guarda, è incredibile come di nuovo hai fatto centro.
Hai capito tutto subito, senza bisogno di alcun preambolo.
Mi infastidisce, quasi, il tuo modo di vedermi dentro, leggere i miei pensieri con un solo sguardo,
quello sguardo lì,
che ti fissa intensamente per un istante
e si dissolve subito nel sorriso beffardo di chi ha già capito tutto.
Riesci a leggermi nel pensiero,
riesci a farlo anche se io non voglio porca miseria, ma ti rendi conto?
E quanti anni sono passati maledizione? Cinque? Forse sei?
E di nuovo hai capito tutto subito
mentre io tentavo di arrampicarmi
su mille specchi
cosparsi di olio.
Fisicamente sono rimasto in posizione eretta
ma dentro di me,
sono come caduto ai tuoi piedi.
Sconfitto.
Bang,
un colpo,
un solo sguardo,
e sei morto.
Ecco che cos'è l'amore.
venerdì 16 novembre 2012
MASCHERE
Can I ride with you in your BMW ?
You can sail with me in my yellow submarine
You need to find out
'Cos no one's gonna tell you what I'm on about
-Oasis, lontanissimo 1994-
Le persone non sono quello che sembrano.
Tu, il tuo amico, la tua ragazza, io stesso che scrivo da questa tastiera;
siamo solo dei fantocci che possiedono migliaia di maschere che scambiamo e sovrapponiamo a seconda delle circostanze e degli ambienti in cui ci ritroviamo.
Una maschera per andare al bar,
un'altra per andare al lavoro.
una per parlare al tuo migliore amico,
un'altra per il tuo peggior nemico,
una per la tua donna,
un'altra ancora per i tuoi figli.
Ogni circostanza,
ogni contesto,
ogni persona con cui interagiamo ci obbliga a indossare una maschera,
a non mostrare il nostro volto scoperto e nudo.
Può sembrare facile smascherare queste coperture,
ed a volte lo è davvero, può essere più semplice di quel che si crede notare la posticcia menzogna scritta sul volto altrui.
Il problema, però, ed è di considerevole importanza,
è che se anche si riesce a riconoscere la mendace facciata degli altri,
può capitare di non saper più riconoscere il proprio volto,
quello originario,
quello originale,
quello che avevi prima di metterti addosso tutte quelle bugie.
Il tuo volto, anzi no, il tuo Io è talmente abituato ad indossare travestimenti,
a fingere di essere ciò che non sei,
a seguire discussioni codificate da riverenze sociali,
a dire alla gente ciò che vuole sentirsi dire,
che tu puoi smarrire te stesso,
ed un giorno arriverai a non riconoscere più il tuo Io senza maschere
perché l'hai sempre mascherato;
non riuscirai più a ricordare ciò che sei
perché per troppo tempo hai fatto finta di essere ciò che non eri;
non riuscirai più a ricordati cosa volevi dire
perché sei troppo abituato a dire ciò che la gente ama sentirsi dire.
Non ti ritroverai,
non ti riconoscerai,
non saprai più chi sei sotto quella montagna di maschere fittizie
ed allora dimmi, dopo quel giorno,
riuscirai più a parlare con qualcuno mostrandoti per quello che realmente sei,
senza nasconderti,
senza mascherarti,
senza modificare te stesso ed il tuo pensiero?
Riuscirai mai più ad essere semplicemente te stesso?
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