Ricordo che una volta la mia professoressa d'italiano cercò di spiegare, a tutta la classe, come ci si sentisse ad entrare nel mondo del lavoro. Quel periodo della vita che va dalla fine degli studi al realizzamento concreto della persona. Ci spiegò con la sua rassicurante oggettività che ci saremmo sentiti frustrati, che ci saremmo chiesti: "ma come, allora questo è il prezzo di ciò che io valgo? Un millino scarso al mese?", di come non ci saremmo potuti capacitare del fatto che ad azioni corrispondessero soldi. E molto spesso, al contrario di quello che succede nell'infanzia, le azioni moralmente deplorevoli avrebbero pagato di più delle azioni moralmente corrette.
Mi è sempre piaciuto il suo modo di essere sincera di fronte alla classe di pazzi adolescenti che eravamo. Una volta ci disse che quando gli adulti parlano della loro giovinezza, dicendo che farebbero di tutto per tornare indietro alla prima fidanzata che rompe l'idillio amoroso lasciandoti per un altro, o spiegando come da giovani tutto fosse più facile; beh, "questa è gente che mente", ci aveva detto, perchè per tutti gli esseri umani l'età dell'adolescenza è l'età più difficile e complicata, ed è quella che lascia più cicatrici addosso.
Aveva tentato anche di spiegarci l'amore, ma non c'era riuscita per niente. Quella donna amava tanto la parola amore scritta su testi e sulle poesie quanto probabilmente l'odiava nella vita reale. E la sua vita reale doveva averle lasciato una grossa cicatrice sul cuore nella sua adolescenza: questa giovane donna sui trenta, trentacinque anni insegnava italiano nel nostro paese perchè era scappata dal proprio paese natale. Era scappata perchè era stata lasciata sull'altare. E ho sempre apprezzato il fatto che, il quinto anno, ci abbia raccontato la sua storia personale, insomma che cazzo ci faceva lì insieme a noi. Lei e il suo ragazzo stavano insieme da dieci anni quando decisero di sposarsi. Lei fremeva per il grande giorno, lo caricava di un'importanza che, evidentemente, non era condivisa dal suo ragazzo. E così arrivò il fatidico giorno e quando fu il momento di dire il sì sull'altare, lei disse sì, lui, molto imbarazzato, disse che non era ancora pronto e scappò dalla chiesa. Questa povera donna abbandonò il suo paese di nascita, prese in mano la propria laurea in lettere e cercò un posto d'insegnante nella città più lontana che potesse trovare. Arrivò nella mia città e mi insegnò l'italiano, l'amore per la lettura e la scrittura, e un altro paio di cose sulla vita reale. Beh, prof., ancora una volta avevi ragione. Non riesco a capire come il valore di una mia ora di vita possa essere scambiato con sei euro e cinquanta centesimi.
Ti facevi anche le pippe su di lei, dici la verità.
RispondiEliminaLa mia non era affatto giovane, anzi, docente all'Università di Sassari (o Alghero, è sempre stato un mistero, comunque era Nord Sardegna) mi son sempre chiesto anche io cosa ci stesse a fare con una classe di deficienti di un liceo cagliaritano. Il giorno che è diventata assessore alla cultura della Regione la domanda si è infittita sempre di più. Mah.
Pensa che io invece non sono stata nemmeno avvisata.
RispondiEliminaBeh, non credo che il punto cruciale, sull'aspetto retibrutivo, sia che cifra baratti in cambio di un'ora della tua esistenza.
RispondiEliminaDiventa più indicativo sapere con che contenuti professionali/lavorativi riempiono l'ora che vendi della tua vita.
Ma a parte questo, tornando al racconto, mi è piaciuto; nel soggetto, a tratti, ricorda "Ti prendo e ti porto via" di Niccolò Ammaniti.
ma il fatto che io veda le i e le l marroni segna i primi sintomi di una malattia neurovegetativa che mi costringerà alla masturbazione forzata ripetuta, o sono le iniziali della tua prof di italiano?
RispondiEliminami sa che sei fritto(le), magnetico. consiglierei una buona crema per le mani.
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