martedì 1 febbraio 2011

CARTONCINO.

Doveva essere una serata tranquilla.
Io, Luca, Matteo, Marco e Giovanni ci eravamo ritrovati all'Irish pub con l'intento di berci un paio di pinte di Guinnes e poi si vedrà se andare a casa o restare ancora fuori, comunque nulla da far troppo tardi, che domani io lavoro, sottolineò Luca.
Ok.
La prima pinta andò giù bene, piacevolmente, tra chiacchiere tranquille legate al lavoro, alla famiglia, alle morose, al cane, e a tutto il resto.
La seconda birra andò giù bene anche lei, ma rese i toni delle nostre chiacchiere più incalzanti e chiassosi, e l'argomento cambiò rotta verso le vecchie serate che ci facevamo a diciotto anni.
E mentre usciamo dal pub con il sorriso sulle labbra e qualche frase urlata del tipo "e ti ricordi quella volta che la Francesca si è messa a sboccare dentro il camino", i nostri sguardi si incrociano con quello di un conoscente comune a tutti noi.
E' Sputnik, che gira sotto i portici della città accompagnato dal suo fedele cane Ansia.
Sputnik è un ragazzo rasato ai lati della testa ed al centro ha un bel crestone fatto di lunghi e grossi rasta biondi.
Ha due piercing al centro delle guancie, e altri mille chissà dove.
I suoi occhi sono vaqui ed azzurrisimi.
Il suo fottuto cane abbaia sempre, mi sa che ha sbagliato a dargli quel nome.
Appena ci nota viene verso di noi e ci fa:
Sputnik: "Ciao ragazzi, come state, ma da quanto tempo eh?
Luca: "Ciao, ma porca troia come stai, che ci fai qui?"
Sputnik: "Nulla, tra poco mi vedo con la mia ragzza, la sto aspettando."
Matteo: "Eh, anche tu accasato eh, non ci posso credere, ti facevo più uno spirito libero."
Sputnik: "Macchè accasato, voi, piuttosto, avete le facce di chi sta mettendo su famiglia e lavora tutto il tempo per pagarsi un affitto per un appartamento indecente."
Non si sbagliava.
Io: "Si infatti, una tristezza. Mentre ci bevevamo due birre ricordavamo i bei tempi per rincuorarci un po'."
Sputnik: "Sapete mi fate veramente un po' pena, quindi vi faccio un'offerta: ho qui cinque cartoni belli forti, per voi prezzo speciale, 10 euro a testa. Almeno vi passate una bella serata una volta che uscite no?"
Luca: "No, no, ma va la, dei cartoni? Non c'è dubbio, io mi fermo alle due Guinnes."
Giovanni che fino ad ora non aveva ancora detto niente: "Oh Sputnik, ma sai che è da quando ti ho visto dietro la colonna del portico che pensavo di chiederti se avevi qualcosa? Dai, dammi, qua, fà vedere."
Io: "Porca puttana, no dai Giò, non mi sembra il caso."
Matteo: "Secondo me ha ragione Sputnik, è una delle poche sere che ci vediamo almeno ci divertiamo un po' no?"
Io: "Ma porca puttana."
Luca :"No, ragazzi, no eh."
Giovanni: "Ecco i soldi Sputnik, dammeli tutti e cinque, anche per quel cagacazzo di Luca."
Marco: "Io ci sto."
Io rivolto a Luca: "Dai ormai è fatta, almeno per una volta facciamo qualche cosa di diverso."
Luca rivolto a me: "Ma dai, ma vaffanculo, ma non si può, porca puttana."
Matteo: "Non rompere il cazzo Luca."
E ormai era fatta.
Una volta comprati, Sputnik non ci ha fatto andare via prima di controllare una per una le nostre bocche, nel caso ci fosse venuta voglia di non prenderli e di buttarli via, perchè: "oh ragazzi è un favore che vi sto facendo, solo perchè siete amici, non azzardatezi a buttare via 'ste rare leccornie avete capito? Con quelle facce da stronzi è meglio che vi controlli che le prendete sul serio."
Ed è stato li a controllarci.
Dopo parecchi brontolii di Luca, tutti avevamo preso il nostro cartoncino, e Sputnik se ne era andato seguito da Ansia.
E adesso che cazzo si fa? Quanto tempo ci metteranno? Che facciamo? Dove andiamo a smaltirli?
Non avevamo nessuna idea, eravamo tutti un po' agitati al pensiero di cosa sarebbe successo tra un oretta o giù di li.
Giovanni: "Beh, andiamo in quel capannone del cazzo là, ci sarà sicuramente un concerto e ce lo faremo andare bene, dai, tanto con quel che saremo fatti non la sentiremo neanche la musica."
Io: "Dai va beh, pigliamo il bus, non ce la facciamo a piedi."
Giovanni: "Ok, e bus sia."
In men che non si dica ci ritrovammo nel luogo del concerto. Ma c'era qualcosa di strano.
Nel parcheggio fuori non c'erano orde di ragazzini con le birre in mano, ma signore sui quaranta anni.
Ma che strano.
E un oretta era già passata, ed io iniziavo a sentire dentro di me una mandria di bufali che correvano all'impazzata sul mio cuore. Ero fatto, ma stavo ancora bene, ero allegro, si stavo bene, tutto ok, cazzo.
Ci mettemmo appoggiati ad un muro a rollare una canna e a bere un birrino comprato dal paninaro.
Il primo a dare chiari segni di cedimento è stato Luca che alla seconda boccata di canna inizia a dire: "Ragazzi, ma avete visto? Venite con me, riesco ad entrare dentro il muro."
E noi giù a ridere fino alle lacrime per mezz'ora almeno, penso.
Poi dopo un po' decidiamo di entrare, ma si va, andiamo a vedere 'sto concerto.
Quando arriviamo a pagare il biglietto vediamo chi fa il concerto stasera.
Beh non ci crederete mai.
Prima serata: Cristina d'Avena.
Seconda serata: Donatella Rettore.
Noi, con i portafogli in mano, e le facce esterrefatte delle ragazzine che ci allungavano i biglietti del concerto di fronte, scoppiammo a ridere come poco prima.
Appena ci siamo calmati gli diamo i soldi ed entriamo.
In quel momento eravamo troppo, troppo fuori per andare in un qualsiasi altro posto.
Quando siamo entrati Cristina d'Avena aveva già scaldato la folla e stavano tutti ballando.
Cristina cantava "Noi puffi siam così, noi siamo tutti blu..." e la gente pogava, e io non riuscivo a stare in piedi, cadevo sempre, sarò caduto trecento volte con il culo a terra.
Matteo sosteneva di non vedere più niente, solo delle sagome, ma per il resto non ci vedeva niente.
Marco era una statua di sale: ti guardava fermo, fisso, con gli occhi sbarrati, senza dire niente.
Giovanni barcollava di brutto spingendo persone che lo guardavano male e spingendo me che cadevo come un bambino che non ha ancora imparato a camminare.
Ci ascoltammo in questo devastante stato: Che campioni Holli e Benj, Sailoor Moon, Lady Oscar,e poi boh, Dio solo sa cos'altro ci ascoltammo.
Quando iniziò a suonare Donatella Rettore mi sono stupito.
Io pensavo, ma si il nome lo conosco, ma non ho la più pallida idea di quale faccia possa avere la Rettore e quali canzoni possa avere fatto.
Ma proprio neanche una eh, anche solo così, per fare un esempio.
E invece quando ha iniziato a cantare ho scoperto che alcune canzoni le conoscevo: 'il cobra non è un serpente', 'splendido splendente' e altre ancora.
Ma la più bella è stata la canzone che ha chiuso la serata.
Li ho provato un momento di felicità indescrivibile. I pochi giovani che c'erano nel locale erano andati via tutti subito dopo che la d'Avena aveva finito il suo concerto.
Erano rimaste solo donne sui 40 anni. E poi si, c'eravamo noi, che in cinque non facevamo mezzo cervello.
Tutti assieme, sculettando e ballando, abbracciati, ubriachi, caduti, rialzati, strusciati ci ritrovammo a cantare urlando a squarciagola:
'Dammi una lametta che mi taglio le vene!
mi faccio meno male del trapianto del rene,
ti voglio bene, si ti voglio molto bene ma,
dammi una lametta che mi schioppo le vene!'
E anche questa canzone alla fine, la conoscevo.

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